Pois ~ Capitolo I

Pois ~ Capitolo I

La bacinella

«Cazzo!»
Fu la fine imprecazione che, di prima mattina, uscì coloritamente dalle mie labbra, mentre parte del bucato rotolava giù dal mio balcone al terzo piano.
Perfetto, se lo avesse saputo mia madre non solo avrei fatto la figura dell’idiota, ma mi avrebbe anche presa in giro a vita. Tutto per un’unica volta nella quale sotto suo gentile invito, alla fine rivelatosi un ordine molto categorico -mi aveva minacciata di tremende ripercussioni-, dovevo stendere i panni lavati quella notte dalla lavatrice. Possibilmente e chissà per quale assurdo motivo entro le otto di mattina.
Premettiamo che io di bucato non ci ho mai capito una mazza: non so separare i colori, distinguere il tessuto, regolarmi con l’ammorbidente né altro. A dirla tutta non m’interessa nemmeno: io amo la lettura, i libri, il pc su cui leggo al massimo, mica le faccende di casa. Fatto sta che, nonostante abbia visto più volte mia madre ripetere quei processi di routine, non mi ci sono mai davvero applicata. Perciò, senza riflettere, non poggiai il catino su una sedia come tutte le persone normali, ma mi accontentai della ringhiera.
Fu il più grosso errore della mia vita.
In bilico, per colpa del suo baricentro inspiegabilmente spostato verso l’esterno, la bacinella fece qualche strano ondeggiamento, per poi riversare il suo contenuto giù dal balcone, impigliandosi nelle corde tese.
«Cos-?» mentre i vestiti cadevano, qualcuno che passava se li era ritrovati addosso.
Mi diedi dell’idiota e mi sentii morire completamente di vergogna. Pochi secondi dopo la sfortunata persona, da giù, chiese la mia attenzione.
«Scenda!» aveva alzato la voce, per poi sghignazzare: «Credo di avere qualcosa che le appartiene!»
Quella voce maschile mi arrivò ovattata, ma vidi con la coda dell’occhio che sventolava in una mano qualcosa la cui corsa non si era fermata nelle corde o negli stendibiancheria dei miei vicini.
«Arrivo subito!» risposi, precipitandomi giù dalle scale, senza far caso a chi fosse il malcapitato.
Quando aprì il portone di legno, con già in mente un discorso di scuse da manuale, le parole mi morirono in gola. Un bel ragazzo mi fissava divertito, mentre sorreggeva tra sue mani le mie mutandine preferite.
Ancora, cazzo.
Divenni irrimediabilmente color peperone.
«Bianche con pois blu, molto carine.» si complimentò, porgendomele.
Lo guardai scandalizzata. Un secondo di troppo evidentemente, perché il suo sorriso sghembo aumentò.
«Ci sei? Hai bisogno della respirazione bocca a bocca?»
Mi stava letteralmente prendendo per il culo!
Con un gesto fulmineo tirai via le mie mutandine dalle sue mani, grugnendo.
«No, grazie.» mormorai. «Arrivederci!»
Cercai di sgattaiolare via, ma lo sconosciuto mi trattenne per un polso.
«Aspetta, sai come si arriva a via Mezzocannone? Credo di essermi perso.»
Lo guardai con astio.
«Sì, ma non ho intenzione di dirtelo. Chiedi a qualcun altro o cercala da solo!»
«Su, sii gentile. Sono arrivato da poco in città e le uniche parole cortesi sono state quelle forzate di una receptionist dalla puzza sotto il naso. Tutto perché era un albergo a cinque stelle e mi sono presentato in jeans e maglietta…»
«Mi dispiace. Anzi, non mi dispiace affatto. Se puoi permetterti un albergo del genere puoi permetterti anche una mappa, un telefonino su cui usare google maps o un satellite, se preferisci.»
«Maps! Non ci avevo pensato, hai ragione!»
«Lo so. Adesso, se permetti, ho una vita da mandare avanti.» e una vita digitale da aggiornare, non appena avrò recuperato dai vicini fino all’ultimo calzino.
«Veramente vorrei offrirti qualcosa per ringraziarti. Che ne dici?»
Davvero voleva provarci in modo così spudorato?
No. Assolutamente no. Se l’avevo scartato a priori come essere umano, figurarsi come appartenente al genere maschile.
«Scusami» iniziai acida ma col sorriso sulle labbra, «ti amo anch’io ma non riesco a vederti diversamente se non come uno spocchioso turista rompipalle, arrogante e vanesio.»
Inarcò un sopracciglio, in evidente confusione. Forse non sapeva se ridere o mandarmi al diavolo.
«Googla “sei stato friendzonato”, forse ti farai un’idea del massimo rapporto che si potrebbe stabilire tra noi in un ipotetico universo alternativo. In questo invece, non serve nemmeno: non siamo amici né nulla. Prosegui per la tua strada. Addio.»
Lo sconosciuto abbozzò un sorriso mentre io, senza più voltarmi, richiusi il portone alle mie spalle con un sonoro tonfo.
«Domani ripasso di qui. Aspettami e cerca di far cadere qualcos’altro, tipo il reggiseno coordinato!» lo sentì prendermi in giro e non gli risposi solo per evitare parolacce e anatemi che negli ultimi tempi avevo aggiunto al mio repertorio.
Si poteva essere più screanzati? Non l’avevo fatto apposta a rovesciare il bucato per tre piani, che bisogno c’era di girare il coltello nella piaga?
Lo mandai mentalmente a quel paese ancora una volta e gli affibbiai delle parole per nulla carine.
Poi iniziai il giro dei vicini per recuperare ciò che restava del mio bucato. Mio fratello non sarebbe stato felice che la sua maglietta di J-Ax con dedica, caduta nell’appartamento sotto al nostro, fosse letteralmente scomparsa. L’inquilina, che dal primo giorno in cui si era trasferita aveva una cotta stratosferica per Alessandro –l’omonimia di mio fratello con il cantautore era un insolito scherzo del destino–, giurava poco credibilmente di non saperne nulla.
Un’ora e mezza dopo, ancora di malumore per il brutto incontro mattutino, mi lanciai sul materasso del mio letto, facendo sobbalzare i cuscini che poco prima avevo pazientemente sistemato.
Come si poteva essere così cafoni? Quel tizio si era preso una tale confidenza come nessuno mai aveva osato.
Decisa a distrarmi e non farmi influenzare dalle parole di quel maleducato, presi dal comodino il mio nuovo acquisto, un libro dalla quasi anonima copertina celeste, che il giorno prima avevo divorato a metà, non riuscendo a terminarlo per la troppa stanchezza. Si trattava di un bestseller il cui autore o la cui autrice – ancora non avevo idea di chi diavolo fosse – avrebbe presenziato a una serie di seminari curati da un mio professore all’università, il quale, logicamente, aveva chiesto ai suoi studenti di leggere almeno uno dei libri di ogni ospite, per essere preparati e fargli fare bella figura. Attratta dal titolo, avevo scelto “Se la Luna sorridesse” e fortuna volle che fosse un’opera leggera e frizzante, scorrevole e ben costruita. Per nulla noiosa –chi l’avrebbe mai detto?
Data la mia insaziabile curiosità, era giunto davvero il momento di concludere quel libro: pendevo da quelle parole così sapientemente impiegate e non vedevo l’ora di scoprire quale finale attendeva i personaggi che stavo imparando ad amare. Velocemente dimenticai i miei pensieri e m’immersi totalmente nel mio mondo.
A ora di pranzo chiusi la copertina soddisfatta, con un sorriso ebete stampato in viso.
C’era il lieto fine.
Un lieto fine velato e leggero, che mi aveva emozionato fino a farmi gongolare di felicità. Com’è strano avere le farfalle nello stomaco. È lo è ancora di più se ti accade per il personaggio di un libro!
Contenta, passai il resto della giornata su di giri, troppo presa a pensare e riscrivere indelebilmente nella mia mente quei meravigliosi personaggi che, ormai ne ero certa, amavo.
In quella timida giornata di marzo, quando finì di leggere quel meraviglioso, dannato libro e per un banale incidente incrociai quel giovane, la mia vita assunse una piega totalmente inaspettata. Ma questo ancora non potevo saperlo.

 

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3 pensieri su “Pois ~ Capitolo I

  1. Ciao ^^ finalmente sono passata a leggere questo primo capitolo. Molto carino, ben scritto e mi ha incuriosita parecchio. Ho solo qualche consiglio che mi permetto di lasciarti qua: “sorreggeva tra sue mani”, direi che manca “le”, finì di leggere, dovrebbe essere finii se non mi sbaglio e lo stesso per quanto riguarda ” lo sentì prendermi in giro”. Perdonami se mi sono permessa.
    An, dimenticavo, un ultimo consiglio, io rimpiazzerei “coloritamente” della frase iniziale (tipo: Fu il finale colorito di un’ imprecazione che di prima mattina uscì dalle mie labbra) e “riscrivere indelebilmente nella mia mente” (che suona maluccio secondo me. Io metterei per esempio: riscrivere in modo indelebile nelle mia mente).
    Ok, scusa ancora, non amo segnalare refusi o dispensare consigli non in privato, spero non sia un problema. ^^
    Complimenti per il capitolo piacevole, emozionante, a tratti divertente. Buona serata,

    Erin

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    • Nono! Non è affatto un problema, anzi! Ti ringrazio tantissimo! 🙂 il problema dei verbi e l’avevano già sottolineato, ma evidentemente devo averlo cambiato nel mio word e non qui. Grazie anche per i suggerimenti delle frasi, cercherò di migliorarle!^^ Qualunque altra cosa, sentiti libera di informarmi! 🙂 Grazie per i complimenti e soprattutto, grazie per aver letto!

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