Pois ~ Capitolo II

Pois ~ Capitolo II

Lo scrittore

Il professor Salvo Esposito era un uomo sulla sessantina, dall’andatura elegante nonostante la sua taglia 4xl. Portava sul naso dei piccoli occhiali squadrati e la sua peculiarità erano un paio di bretelle rosse che indossava trecentosessantacinque giorni l’anno, almeno dodici ore al giorno e ormai sospettavo che probabilmente le portasse anche di notte.

Egli aveva la cattedra di letteratura italiana da una vita ed era famoso in facoltà sia per essere giusto nelle valutazioni, sia per i grandi sconti che elargiva ai suoi corsisti sul programma da affrontare. Ciò non toglieva che si era sempre rilevato esigente: il suo motto era “poco ma buono” e faceva in modo che i suoi studenti uscissero dal corso almeno con le basi del suo programma. Ultimamente era accompagnato da un’assistente che possedeva la sua stessa buona fama: giusto e disponibile. Nel corso, tutti ormai lo chiamavano per nome – Ettore – ed eravamo stati abilitati a dargli del tu, come se fosse un semplice collega con cui condividere gioie e dolori.

Ammetto che la cosa non mi aveva fatto sentire subito a mio agio, ma col tempo si era rivelato un aiuto prezioso, soprattutto per quel gruppetto delle prime tre file, tra cui c’ero io, che aspirava al massimo sia dell’insegnamento che del voto.

A proposito di corso, il giorno seguente sarebbe iniziato il ciclo di seminari organizzati dal prof a cui avremmo dovuto partecipare – pena l’esclusione dai corsisti, dal programma facilitato e dalle grazie di quello che sarebbe potuto essere un futuro buon relatore. Poteva un dannato seminario significare così tanto per lui?

Ovviamente, la risposta era sì. Ci teneva tanto perché era un anno che organizzava ogni particolare, litigando con la presidenza prima e con gli ospiti invitati poi. Una volta riuscito a conciliare le spese ufficiali con le disponibilità dei partecipanti, era chiaro che volesse fare bella figura. Così, non solo eravamo stati minacciati, ma anche costretti a leggere dei libri extra, quelli degli invitati che avevano avuto la brillante idea di appoggiare la penna sul foglio o le dita sulla tastiera. Certo, non tutti i loro scritti era stati brutti da leggere, ma avevano occupato così tanto tempo che perfino il professore aveva evitato degli argomenti a lezione purché leggessimo quei libri per il seminario.

Con ben venti minuti di ritardo, il prof trotterellò a lezione con Ettore al seguito e un’altra persona a terminare quella patetica fila indiana.

Il sangue mi si gelò nelle vene quando riconobbi la figura mascolina che accompagnava il professor Esposito ed il suo assistente.

No, non poteva essere vero. Cosa ci faceva l’idiota di ieri al seguito del mio prof?

«Oh, cazzo!» sussurrai, mentre Maria, una collega cui sedevo vicina, mi puntò una gomitata nelle costole, per zittirmi. Cosa che non riuscì bene dato che emisi un verso soffocato e moribondo.

Il vanesio maleducato, non sapevo in che termini chiamarlo altrimenti – anche perché non ne avevo per lui altri che non fossero offese –, mi notò e sul suo viso osservai un lampo divertito. Senza cedere lo sguardo prestai attenzione a tutto il siparietto che si stava creando attorno alla cattedra, visibilmente confusa e a quel punto palesemente interessata.

«Buongiorno ragazzi,» esordì cordialmente il professor Esposito, «scusate il nostro ritardo. Oggi ho una grande sorpresa per voi!» continuò tutto soddisfatto.

Sarebbe? Doveva essere proprio una gran cosa per far arrivare in ritardo lui che era sempre in anticipo e per farlo apertamente gongolare come se avesse vinto un terno al lotto.

«Uno degli ospiti di domani ci ha fatto il favore di anticiparsi e partecipare alla lezione di oggi insieme a noi!»

Dove sarebbe il povero luminare incompreso di mezza età, martire delle idee di gloria di Esposito e che ha avuto la sfortuna di trovarselo sul proprio cammino?

Senza che potessi avere il tempo di fare due più due, il prof mise una mano sulla spalla del vanesio maleducato e sorridendo, sganciò la bomba: «Lui è il dottor Angelo Riva, l’acclamato autore di “Se la Luna sorridesse”, uno dei romanzi che vi avevo chiesto di leggere!»

NO!

Fortunatamente l’esclamazione mi morì in bocca, che rimase oscenamente spalancata, nonostante la mia sorpresa, sconcerto e delusione fossero visibili a chilometri di distanza. Maria mi guardò di sbieco, forse mi aveva sentita. In aula un chiacchiericcio femminile ci fece intuire l’entusiasmo delle nostre colleghe per il giovane scrittore.

I suoi occhi scuri mi scrutarono divertiti, mentre un sorriso sghembo si dipingeva sul suo volto da schiaffi. I capelli lucidi, neri e ricci si mossero con lui, mentre inclinava la testa di lato per osservare meglio la mia reazione. O quella dell’aula in generale, in quel momento non avrei saputo dirlo con certezza.

Passai la lezione nel mutismo più totale. Non riuscivo ancora a credere che tutte quelle parole che avevo letto ed amato erano uscite dal dottor Riva, perché sì, mi ricordavo che sulla copertina anonima era stampato in corsivo un’elegante A. Riva.

Su due piedi avevo ipotizzato una scrittrice, vallo a capire che fosse un uomo, vanesio e maleducato per giunta!

Il mio umore nero probabilmente era così visibile e palpabile che a metà lezione anche Maria, con cui di solito chiacchieravamo solo di questioni universitarie, mi chiese se andasse tutto bene.

«Benissimo,» mentii cercando di non essere maleducata proprio con lei, che non se lo meritava affatto, «mi sono appena resa conto che ieri ho fatto una delle figure di merda peggiori della mia vita.»

Sfortunatamente, anzi, fortunatamente per me, la lezione ricominciò e lei non ebbe il tempo di indagare.

Durante il resto del tempo, il dottor Riva alias il vanesio maleducato, che rende più l’idea, fu un semplice soprammobile nel monologo ininterrotto del prof Esposito, il quale ad un certo punto aveva iniziato un discorso così platonico da porsi domande, rispondersi e capirsi da solo.

Quando tutto si concluse nel silenzio di un’aula che sembrava più una stanza di degenza post traumatica, il professore, troppo felice di avere il suo ospite, non fece caso al nostro inusuale mutismo e ci lasciò senza troppe cerimonie.

Sospirai di sollievo ed iniziai a riporre le mie cose in borsa.

«Ehilà, guarda chi si vede!»

No, tutto ma non questo!

Le mie speranze furono vane: il dottor Riva, rompipalle ormai appurato e scrittore dal sorriso smagliante, mi venne incontro senza pensarci due volte.

Lo ignorai, fingendo di non aver sentito.

«Signorina, come mai da queste parti?» ritentò, ma io ero ferma nella mia decisione.

«Indossi la biancheria a pois di ieri?»

Saltai su me stessa di scatto e mi mossi per tappargli la bocca. Quando mi girai mi accorsi che era a pochi centimetri da me e che aveva solo sussurrato. Perché a me invece sembrava che quelle parole fossero state ascoltate dall’intero istituto?

«Guarda che nessuno mi ha sentito.» ghignò furbamente, mentre un lampo di comprensione mi illuminò il cervello. Una stupida tattica per costringermi a considerarlo.

A quanto pare non era solo vanesio e maleducato, ma anche stronzo dato che usava il mio spiacevole incidente a suo favore.

«Meglio per… lei

Lei? Davvero gli avevo dato del lei?

Mi diedi dell’idiota. Lui rise cristallino.

«Davvero vuoi darmi del lei?» chiese divertito.

Sbuffai, mettendomi la borsa in spalla e tentando di scappare senza rispondergli.

Per la seconda volta in due giorni fui fermata per il polso.

«Aspetta!»

«Cosa c’è, dottor Riva?» chiesi con astio non troppo velato e con una nota scocciata nella voce.

«Stamattina sono passato sotto il tuo palazzo e…» ma non lo feci concludere.

«Sono terribilmente dispiaciuta, ma oggi non era giorno di bucato.»

«Veramente, ecco… volevo ringraziarti per ieri. Per il suggerimento di google maps, intendo.»

Oh, certo. Ovviamente non mi stava ringraziando per avergli fatto cadere delle mutandine addosso. Chissà se si sarebbe comportato in egual modo se fossero stati i mutandoni di mio fratello. Magari quelli con il cono gelato stampato sul davanti.

«Nulla.» risposi, pur di terminare li la conversazione. Strattonai via la mia mano e lo fissai, attendendo per qualcos’altro. Magari delle scuse.

Aspettai tre secondi, poi me ne andai senza salutare. Se era stato maleducato con me potevo esserlo anch’io con lui, vero?

Rapidamente mi avvicinai a Maria, che mi aspettava sulla porta dell’aula e che non poté non chiedermi: «Ma lo conoscevi già?»

«No, mi ha scambiata per un’altra persona.» mentii.

«Eppure sembrava ti conoscesse.» insistette.

«Avrà letto troppi libri o si sarà fumato il cervello. Secondo te in che altro modo può aver attirato l’attenzione di Esposito?»

Per mia fortuna, Maria non era una ficcanaso, anzi, era davvero rispettosa della privacy altrui. Si limitò a ridacchiare con me mentre raggiungevamo l’aula per la lezione successiva.

Fortunatamente non incrociai più il vanesio maleducato per tutto il giorno e la cosa mi rincuorò parecchio. Ciò che fece innervosire furono le chiacchiere delle nostre colleghe che, stranamente, erano rimaste affascinate dal dottor Riva. Io, senza avere la forza e la confidenza per intromettermi, avevo accennato ad un sì svogliato con la testa ogni volta che veniva chiesto il mio parere.

«Che galline senza cervello!» aveva sbottato Maria, cogliendomi di sorpresa, non appena il “pollaio” si era svuotato. «Nemmeno fosse l’unico uomo sulla faccia della terra! È carino certo, ma non per questo merita tanta attenzione!»

Per quanto concordassi pienamente con lei, questa volta sinceramente, la guardai sorpresa e lei se ne accorse.

«Non guardarmi così! Ho un limite di pazienza anch’io! Le sopporto solo perché voglio finire il triennio senza inutili problemi, ma se esagerano dopo un po’ scoppio.»

La dolce Maria che perdeva la pazienza… com’era buffa! Irrimediabilmente buffa e tremendamente adorabile!

Scoppiai a ridere, causando il suo di sconcerto.

«Sai, non mi aspettavo di vederti così! Sei sempre tranquilla…» mi affrettai a spiegarmi.

«Quando è troppo è troppo!» ripeté, gonfiando le guance ed arrossendo.

Quel gesto mi fece capire che forse c’era una Maria molto profonda sotto la superficie, di cui io avevo conosciuto a mala pena la punta in quei mesi.

«Mary,» la chiamai, sperando che lei accettasse quella confidenza, «che ne dici di andare a prendere un caffè insieme? Se hai tempo, ovviamente. Potremmo sfottere un altro po’ il “dottor Riva”.» proposi, mimando con le virgolette il soggetto.

Non che non lo avessimo mai preso prima un caffè insieme, ma era sempre di corsa tra una lezione e l’altra, di solito ai distributori e sempre di corsa. Non ci eravamo mai veramente fermate ad un tavolino, non avevamo mai parlato di cose all’infuori dell’università. Eppure, per la prima volta, sentivo che mi sarebbe piaciuto conoscerla davvero.

«Sì, andiamo. Anche se avrei bisogno di una camomilla piuttosto. Ah e ti prego, non nominarmelo più!»

«Nessun problema,» sorrisi, «neanch’io voglio più averci nulla a che fare!»

«Non vorrei impicciarmi dei fatti tuoi, ma adesso, credo proprio che dovrai spiegarmi qualcosa.»

Ecco. Mannaggia a me e alla mia boccaccia!

 


Al prossimo capitolo,
MissDidichan
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4 pensieri su “Pois ~ Capitolo II

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