Pois ~ Capitolo III

Pois ~ Capitolo III

La preda

Il giorno del seminario era arrivato ed io già mi sentivo distrutta. Fisicamente spossata da una notte insonne in cui i personaggi di “Se la Luna sorridesse” mi assalivano e mentalmente affaticata per il risentimento che ancora covavo verso l’autore.
Allo specchio il mio viso non era dei migliori: un fantasma sarebbe stato più colorato. I miei capelli castano chiaro erano gonfi e sparsi un po’ ovunque, spettinati come se una folata di vento improvvisa si fosse appena abbattuta su di loro. Gli occhi verdi erano ancora così socchiusi che faticavo a vedere per intero il mio riflesso nello specchio.
«Buongiorno!» mio fratello Alessandro apparve alle mie spalle, sorridente. Riuscii a salutarlo a malapena con un mugugno.
«Sai, credo che oggi il bagno lo lascerò a te. Sembra che ti abbiano buttata nel gabinetto, tirato lo scarico ed asciugata col ventilatore…»
Dopo quell’incoraggiante inizio, uscii di casa senza particolari aspettative, con lo stomaco chiuso e un accenno di mal di testa a causa del sonno agitato.
Automaticamente presi un caffè ai distributori della facoltà, troppo occupata dai miei pensieri per ricordarmi quanto facesse davvero schifo il suo sapore. I distributori, alias le macchinette o i pezzi di latta che dir si voglia, non avevano mai avuto una buona fama. Essendo a Napoli, forse bisognerebbe lavorarci: se neanche un caffè viene più decente ci giochiamo proprio la faccia!
«Gaia, tutto bene?» una voce alle mie spalle mi richiamò mentre buttavo nel cestino quella brodaglia per cui avevo pagato.
Salvatore, un vecchio compagno di un corso precedente, si era avvicinato silenziosamente, probabilmente per capire se fosse tutto a posto.
«Sì, grazie. Mi sono solo alzata col piede sbagliato.» mi giustificai.
«Vedrai che andrà meglio.» cercò di rincuorarmi, ma dalla mia espressione comprese sicuramente la mia disillusione. «Partecipi anche tu al seminario di Esposito? Ricordo che questo semestre avevi il suo corso.»
«Sì, ci ha praticamente costretti. L‘unica nota positiva è che oltre a farlo contento, avremo anche i crediti come attività libera. Tu come mai hai scelto questo seminario? Sono un sacco di incontri, lo sai?»  gli chiesi incuriosita. Solitamente io sceglievo le attività libere sulla base del minor numero possibile di ore ed ero convinta che tutti facessero così.
«Era l’unico. Ho chiesto anche in presidenza, ma non ne hanno in programma altri a breve per lo stesso numero di crediti. Siccome spero di laurearmi a luglio, o questo o un’esame.»
Feci un cenno con la testa, comprendendo le sue motivazioni. Poi c’è chi dice che la vita universitaria è facile… invece è una lotta continua.
Ci incamminammo a passo lento verso l’aula magna, dove Maria mi aspettava conservandomi un posto d’onore. Fortunatamente l’aula era ancora semivuota, le prime file evitate sempre come la peste e Salvatore, che già conosceva anche la mia collega, si unì a noi.
Non c’è molto da raccontare sul primo giorno di seminario: tanta gente, tanti professori, tante parole usate di cui poche davvero utili. Il professor Esposito era al culmine della gioia: girava come una trottola da un lato all’altro dell’aula, salutando ed intrattenendo chiunque. Ettore, pover’anima a cui era stato affidato il lato tecnico, faceva avanti ed indietro per ultimare i preparativi del proiettore e dei pc.
Dopo una buona mezz’ora, erano infine riusciti ad allestire un tavolino su cui troneggiava un foglio che avrebbe accolto tutte le firme dei corsisti – giusto per sincerarsi della nostra buona fede.
«I carcerati hanno più libertà di noi!» sospirò Maria, zampettando verso il nostro posto dopo aver autografato il pezzo di carta.
«Vedono anche più ore di sole al giorno, sicuramente.» le diede man forte Salvatore, accennando ad un sorriso.
Io mi limitai a far segno di sì con la testa. La mia mente fu portata nel testo di Storia della mia fuga dai piombi di Casanova e per un secondo, sperai di poter evadere da quella gabbia che mi avrebbe fatto passare tutta la giornata seduta su una scomoda sedia di legno.
«Gaia senti, domani allora passo da te?»
Il giorno prima, Mary ed io avevamo parlato tanto e lei si era autoinvitata a casa mia. Beh, forse aveva parlato di più lei che io. A quanto ero riuscita a capire, nel privato non era così tranquilla come a lezione, tutt’altro. In ogni caso, avevamo sicuramente fatto un piccolo passo in avanti nel nostro rapporto di colleghe ed ora riuscivo a considerarla quasi un’amica. Il quasi è solo perché non ho mai avuto vere amiche, non so nemmeno come ci si diventi e anche poiché non abbiamo ancora mai affrontato discorsi così intimi da poterci considerare unite. Ah beh, se poi raccontarle del mio primo incontro con Angelo Riva può essere considerato qualcosa di intimo, forse avevamo davvero fatto un passo in avanti. Ma non credo rientri in quei standard, al massimo, nel primato delle figuracce. Comunque, le ero grata per quell’idea: col mio ritmo ci saremmo prima laureate e poi forse, conosciute meglio – o forse, più probabilmente allontanate. L’intenzione era di fare una semplice torta, in cui Maria diceva di essere brava ed io, da valente golosa, non potevo che esserne felice.
Non riuscì a risponderle che una voce mi interruppe.
«Ti chiami Gaia, giusto?»
Lo scrittorucolo maleducato e vanesio era scivolato al mio fianco in silenzio. Aveva un cappotto di pelle in mano e sembrava appena arrivato.
«Sì.» sbuffai.
«Posso sedermi qui?» chiese, indicando il sediolino vuoto vicino a me.
«È libero, se è questo che intendi. Purtroppo non posso vietarti di sederti.» fui costretta a bofonchiare. Non ero ancora tanto immatura da vietargli un posto, così furba da fingerlo occupato o così intelligente da accampare una scusa. Dopotutto, cos’avrebbe potuto mai farmi? Che si sedesse pure dove gli pareva!
Sorrise e prima che cambiassi idea si accomodò.
«Allora grazie.» sorrise.
Non gli risposi e da Maria, che ormai sapeva tutto, provenne un risolino mal celato. Io la fulminai con gli occhi, sotto lo sguardo confuso di Salvatore.
«Perché ridi?» il vanesio maleducato alzò un sopracciglio, curioso.
«Nulla.» Maria si affrettò a negare con la mano e abilmente distrasse l’attenzione verso il prof Esposito che gesticolava farneticando verso Ettore. Poi, fortunatamente, il mio adorabile prof si decise ad iniziare.
Durante il seminario, lo scrittorucolo fece molti interventi. Mi secca ammetterlo, ma erano tutti pertinenti ed intelligenti. Così preparati che mi stupii, facendomi quasi rivalutare se non la persona, la sua preparazione. Per pensare queste cose, o stavo dando sul serio di matto o lui era bravo, particolarmente bravo. Quantomeno, era un’imbecille col cervello che funzionava e adesso avevo almeno la certezza che il suo pezzo di carta se lo fosse meritato!
La cosa non mi fece troppo piacere. Un conto è aver a che fare con un vanesio maleducato stupido, un altro con una persona preparata. Preparazione ed intelligenza sono un mix fenomenale e se c’era una cosa che i miei amati libri mi hanno insegnato, è calcolare che chi ha un buon cervello e lo tiene allenato, di solito sa anche usarlo. Su di lui la cosa non mi piaceva, non mi piaceva affatto.
La giornata passò noiosa, tra interventi che si succedevano senza sosta e tre pause stentate passate a fare la fila alle toilette. Quando il tutto finì non riuscivo più ad alzarmi dalla sedia, mi ci sarei addormentata nonostante fosse scomoda.
«A proposito,» il vanesio maleducato si girò verso Maria e Salvatore. «voi conoscete il mio nome, ma io non conosco il vostro. Come vi chiamate?»
I due interessati si presentarono, poi lo scrittorucolo elargì un sorriso degno di una pubblicità Mentaldent e salutò tutti con una mano, andandosene contento.
«È pazzo.» dichiarò Maria.
«Ha qualcosa in mente, sicuro.» Salvatore, forse per il suo essere di genere maschile, riusciva a capirci qualcosa.
«Preferisco non sapere. Tra l’altro, non mi interessa nemmeno.» sospirai.
«Sbagli.» mi ammonì il mio collega. «Scommetterei che ha a che fare con te. Oh sì che ci scommetterei!»
«Allora scommettiamo!» l’esclamazione di Maria spiazzò entrambi. «Cosa vuoi scommettere?»
Un lampo divertito oltrepassò gli occhi del ragazzo.
«Una cena. Se vinco io paghi tu, altrimenti io.» disse sicuro.
«Molto bene. Io dico che è semplicemente pazzo e che non ha nessun tipo di interesse verso Gaia.»
«Secondo me invece l’interesse c’è eccome e sta solo cercando un modo di… avvicinarla.» Salvatore aveva soppesato le parole, ma entrambe avevamo capito il mal celato significato.
«Perfetto!» una stretta di mano sancì la loro scommessa.
«In tutto questo, io sono davanti a voi, sapete?» mi intrufolai, non contenta che si parlasse di me in quel modo.
«Tanto meglio!» ridacchiò Maria, «Abbiamo una testimone e mi raccomando, ricordati di informarci!»
Sospirai abbattuta. Stanca com’ero, non avevo la benché minima voglia di ribattere.

Il giorno dopo, scesi di casa di buon’ora per alcune commissioni. In particolar modo, dovevo comprare gli ingredienti per preparare la torta con Maria nel pomeriggio. Abitavo in centro e quindi spostarsi nei dintorni era abbastanza semplice anche a piedi.
Se solo avessi saputo chi avrei incontrato però, sarei rimasta a casa!
La mia sfortuna fu di inciampare e andare a sbattere contro un povero malcapitato, che per poco non avevo portato a terra con me. Dopo essermi profusa in mille scuse sconsolate, avevo sentito qualcuno ridere alla grande della mia magra figura.
In un primo momento avevo intenzione d’ignorarlo, ma quando mi accorsi di chi fosse, non riuscii a trattenermi.
«Così le piace ridere delle disgrazie altrui, dottor. Riva?» chiesi enfatizzando la frase e soprattutto il suo cognome associato al titolo.
«No, di solito. Ma ammetto che tu sei un caso a parte.» rise avvicinandosi.
«Grazie, ma non voglio nessun trattamento di favore. Addio.» ironicamente acida, mi piaceva com’era suonata la frase. Stavo per voltarmi ed andarmene ma, a causa di quella che sembrava ormai un’abitudine, venni fermata nuovamente per il polso.
«Oh, ma questo non è un trattamento di favore.» ammiccò, facendomi roteare gli occhi al cielo.
«Senti, forse non ci siamo capiti.» iniziai, strattonando la mia mano dalla sua presa e scandendo le parole come ad un bambino. «Io non ti sopporto, non ti posso vedere. Potessi ti stenderei al suolo con l’auto e per sicurezza ripasserei con la retromarcia.»
«Sì, questo l’ho capito. Come mi avevi definito? Aspetta, uno spocchioso turista rompiballe, arrogante e vanesio, se non ricordo male.»
«Rompipalle.» precisai, «Sappi che non ho cambiato idea.»
«Vedrai che la cambierai. Ti ci vuole solo del tempo.» asserì convinto.
«Ascolta: fin’adesso non ho fatto che trattarti male.» non mi ci ero particolarmente impegnata dato che mi veniva naturale, visti i trascorsi. «Come puoi ancora volermi parlare?»
«Sono uno scrittore, riesco a vedere sotto la copertina.» e quella che poteva essere una frase innocua divenne improvvisamente carica di doppi sensi quando i suoi occhi passarono in rassegna il mio corpo.
«Scrittore, forse hai sbagliato libro.» tentai ancora di scacciarlo, di fargli capire l’antifona quantomeno.
«No no, il libro è giusto, devo solo capire meglio come decifrarlo.»
Perfetto, davvero perfetto. Uno scrittore maleducato, vanesio e testardo che aveva deciso così, svegliandosi una mattina, di comprendere proprio me.
«Su, almeno diventiamo amici!» mi porse una mano, che lasciai penzolare in aria.
«Perché proprio io?» mi lagnai massaggiandomi le tempie, il mal di testa che tornava prepotentemente.
«Perché sei simpatica.» quella risposta fu sinceramente disarmante.
Beh, proprio quello che ogni ragazza vorrebbe sentirsi dire!
Mentre i miei occhi roteavano al cielo esasperati, il maleducato vanesio mi si avvicinò all’orecchio.
«Sei la mia preda.» disse convinto, «Prima o poi ti catturerò!»
Sgranai gli occhi e senza volerlo arrossii, complice il suo profumo intenso troppo vicino.
«Non lo sai ancora, ma sei già mia.» aggiunse.
«Stronzo di un milanese!» gli urlai contro allontanandomi come scottata, stupendomi di me stessa. «Io non sono di nessuno! Specialmente di uno scrittorucolo di quinto grado senza arte né parte!»
Quella che doveva essere un’offesa gli fece solo increspare un sorriso divertito. Sapevamo entrambi che aveva scritto dei bestseller, non potevo lanciargli quelle parole senza sapere quanto fossero false. Eppure speravo vivamente che lo ferissero.
«Perfetto, proprio quello che volevo sapere!» esultò contento. «Grazie mille!» si avvicinò rapidamente a me, così di fretta che non riuscii ad impedirglielo, mi schioccò un bacio sulla guancia e se ne scappò contento, mentre io ancora cercavo di capire cos’era successo.
Una volta a casa, ancora incredula e con la spesa fatta alla bell’e meglio, sapevo benissimo cosa fare: twittare. In quei giorni avevo creato dei nuovi profili social, per riprendere la mia vecchia vita in mano in un certo senso, tra cui twitter. Non avevo ancora scritto nulla, ma mai come quella volta sapevo con che frase iniziare la mia vita.
Amo leggere, ma detesto gli scrittori.
Non era molto e certo non una perla di saggezza, ma era davvero il mio stato.
Benvenuti nella mia vita: un po’ monotona, a tratti non diversa da quella degli altri miliardi di abitanti di questo pianeta. A quanto pare però, oggi è successo qualcosa di notevole: il destino ha deciso di remarmi contro con una presenza alquanto sgradita.


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4 pensieri su “Pois ~ Capitolo III

  1. Ciao ^^ eccomi qua a leggere questo capitolo. Scrivi davvero benissimo, soprattutto i dialoghi (non capisco come fai), perciò la lettura scorre benissimo. Questa storia mi prende, appena possibile continuerò, sono curiosa di sapere se lo scrittore riuscirà a fare colpo.
    Per ora complimenti ^^

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