Pois ~ Capitolo V

Pois ~ Capitolo V

La pescheria

 Mi ero sempre chiesta a cosa servisse farmi degli schemi e impormi degli obiettivi se poi per un determinato motivo tutti i miei piani finivano a gambe all’aria.
Così come il pensiero sul dottor Riva – mi chiamo Angelo e vengo dal paradiso. Se vuoi ti ci accompagno! – aveva minato la mia stabilità interiore, facendo traballare la mia prospettiva sull’odiarlo, così le mie giornate avevano assunto una piega del tutto inaspettata grazie alla geniale idea che il prof Esposito ci aveva proposto al successivo incontro seminariale.
«Miei cari ragazzi,» aveva esordito, con una faccia da ruffiano inimitabile, «so’ di starvi facendo lavorare parecchio, ma portate ancora un po’ di pazienza e ascoltate le richieste di questo povero vecchio professore che non ha meglio da fare se non torturarvi. Potrebbe essere un’esperienza dilettevole e utilissima alla vostra formazione e perché no, anche al vostro futuro.»
Gli studenti che già lo conoscevano iniziarono a guardarsi tra di loro sospettosi e in attesa. Quando giocava la carta del povero vecchio professore o del futuro, non c’era da aspettarsi niente di buono: sarebbe saltato fuori qualche lavoro lungo e faticoso. Se poi univa i due jolly, potevamo già supplicare per una grazia divina.
«Siccome abbiamo la fortuna di godere dell’eccezionale presenza di ospiti così illustri e preparati, vorrei che vi divideste in gruppi, di tre o quattro componenti e che lavoraste a un piccolo progetto sotto la loro guida. Potete scegliere tranquillamente da soli i componenti del vostro gruppo, ma sarò io a designare il vostro tutor e il tema da trattare.»
Il problema non si rivelò inizialmente, poiché a parte il carico di lavoro in più, non c’era ancora nulla di stabilito, se non il tacito accordo tra me, Maria e Salvatore di fare gruppo insieme. Peccato solo che Salvatore non ci avesse riferito di una sua recente chiacchierata con Esposito, dove l’aveva pregato di informarlo nel caso in cui ci fosse stata l’opportunità di incontrare qualche fonte eminente per la sua tesi su “L’uomo in narrativa: identità personale e identità narrativa”.
Tra i tre scrittori presenti in quello stupido seminario, il professor Esposito aveva scelto per il nostro gruppo proprio il vanesio maleducato, per il quale sembrava aver sviluppato una certa predilezione.
Con un pizzicotto sulla pancia, una buona dose di bestemmie a vuoto – si poteva essere più sfigata di così? – e tanti sbuffi mal trattenuti, mi rassegnai a quella scomoda verità.
«Secondo me è stata opera sua. Di Riva, intendo.» commentò Mary, mentre aspettavamo il nostro turno ai servizi. «Avrà trovato un modo per convincere Esposito… certe volte riesce a farsi abbindolare come un bambino, quell’uomo.»
«Non credo.» le risposi pensierosa. «Mi aveva promesso di lasciarmi stare e di comportarsi da persona normale.». Senza nemmeno accorgermene, le raccontai del nostro incontro in biblioteca.
«Sai, a quanto sembra, la scommessa con Salvatore la perderò proprio.» ragionò, ma non c’era rammarico nella sua voce, anzi, si illuminò in un sorriso.
«E… ne sei felice?» indagai, sorpresa.
«Non prendertela Gaia,» ammise, mentre avanzavamo nella fila, «io voglio il tuo bene, ma vincere o perdere non mi interessa affatto. Uscire con Salvatore per me è già una vittoria su tutti i fronti, anche nel caso in cui debba pagare io!» e si chiuse nella toilette ridacchiando.
Perfetto. L’unica amica che mi stavo facendo a fatica, già mi tradiva per un ragazzo!
Essere felice per lei o offendermi per il poco tatto? Fui tentata, ma alla fine la prima opzione prese il sopravvento.
A fine lezione, mi incamminai verso casa senza accorgermi di una presenza alle mie spalle. Uno starnuto contenuto male, di cui fui sicura di riconoscere il proprietario, mi convinse a girarmi e a scoprire che Angelo Riva camminava tranquillo a qualche metro da me.
«Mi stai seguendo?» domandai senza ragionare.
«No, l’albergo in cui alloggio è in questa direzione.»
Effettivamente era possibile dato che quando lo incontrai per la prima volta stava passando proprio sotto casa mia.
«Sei arrabbiata perché mi è stato assegnato il tuo gruppo?» chiese poi, scrutandomi.
«No, direi di no. È lavoro alla fine e non sempre si può scegliere con chi lavorare.»
Angelo Riva non fece una piega e senza scomporsi mi affiancò.
«A dire il vero… mi sono proposto io. Gli altri due autori avevano famiglia, non potevano restare a Napoli troppi giorni di seguito e prendersi un incarico così impegnativo, dato che c’è un tesista nel vostro gruppo. Così mi sono offerto.»
«Tu non abiti a Milano?» domandai allora, confusa.
«Sì, ma a parte i miei genitori, non ho impegni che mi trattengano. Inoltre ho una zia che abita in periferia ed è disposta ad ospitarmi non appena rientra dalle Maldive – sai, è andata a festeggiare le nozze d’argento.»
«Hai fatto un bel gesto, allora.» ammisi, stando attenta a non inciampare sul pavimento dissestato della strada.
«Napoli mi piace, è una bella città piena di vita.»
«Oh, sì! Su questo ci puoi scommettere!» ridacchiai, mentre il pensiero di persone come mio fratello che bazzicavano per la città mi velava la mente. «Fossi in te starei attento alla gente che incontro per strada, alcuni sono molto… esuberanti.»
«Se è per questo ho capito che devo stare attento anche a chi si affaccia al balcone!» ridacchiò lui e io lo fulminai.
«Attento davvero: qui lanciano i secchi d’acqua giù dai palazzi.» l’avvertii e lui parve capire la minaccia.
Arrivammo sotto il mio palazzo in poco tempo, complice il mio abitare nei pressi dell’università.
«Allora ciao.» salutai, aprendo il portone.
«A lunedì.» mi salutò lui, sorridendo. Poi aspettò che fui dentro e proseguì per la sua strada.
Una volta in casa, mi buttai direttamente sotto la doccia, incredula.
Avevo avuto una conversazione normale con il dottor Riva, senza scannarlo e senza desiderare che un tir lo investisse. Che le cose stessero migliorando o era solo il preludio per chissà quale altro evento?
Non avevo una risposta né una soluzione. Chi vivrà vedrà sembrava la frase adatta per esprimere il mio futuro.

***

«Buongiorno!»
Come mi aveva sempre detto mio padre, sorriso e cortesia erano la chiave del successo e continuavo a ripeterlo mentre internamente lo maledivo per avermi costretto ad aiutarlo in pescheria. La domenica, l’unico giorno oltre al sabato in cui potevo fingermi una persona libera, era il momento di maggior affluenza in negozio – la nostra città, oltre ad essere sul mare, aveva per tradizione il pranzo a base di pesce in quel giorno specifico.
Così, papà non si era fatto bastare l’aiuto saltuario di mia madre, ma aveva costretto anche me e mio fratello a venirgli in aiuto. Alessandro, con la sua estroversione, non aveva mai avuto problemi a lavorare li, soprattutto considerato che col suo faccino era riuscito ad incantare una buona metà della clientela femminile di mio padre, soprattutto le donne dai cinquanta in su. Io, invece, non ero troppo contenta e pur di non farmi combinare guai, avevano deciso saggiamente di mettermi alla cassa, in modo da star ferma, buona e di rendermi davvero utile. Mi era andata bene, se non fosse stato per un piccolo particolare: la parete dietro la cassa ospitava ormai da anni una gigantografia, proprio sopra la mia testa, che ritraeva una neonata paffutella e spelacchiata tra conchiglie, sabbia e infilata per metà in quella che doveva essere una coda di pesce, con la scritta a caratteri cubitali “la più bella sirena della pescheria”.
Ora, essendo la stessa persona, era del tutto impossibile non accorgersi di avere la versione cresciuta della bambina proprio sotto gli occhi.
Mi ero opposta in tutti i modi a quella foto negli anni, ma nessuno aveva mai avuto il buon senso di prendermi sul serio e l’unica mia consolazione era che i clienti affezionati ormai non facevano nemmeno più caso.
«Gaia?»
Il finto sorriso che avevo stampato scemò e sbiancai nel riconoscere l’uomo che si era presentato alla cassa.
«B-buongiorno…» ritentai, convinta che un’altra figura di merda non me l’aveva scampata nessuno.
«Immagino che chiederti che cosa ci fai qui sia inutile, dato che stai lavorando…» il vanesio maleducato era sorpreso, chiaramente non si aspettava di trovarmi li. «… ma quella sei tu?»
Mi voltai verso il punto indicato dal suo dito, supplicando in un miracolo che sostituisse all’istante la mia gigantografia con qualunque altra cosa.
«Ehm..» dal mio esitare indovinò la risposta esatta e scoppiò a ridere.
«Piantala!» sbottai, cercando un contegno.
«Ma fa ridere… anzi, fai ridere!» mi prese in giro.
«Che sei venuto a fare? Sfottermi?»
«No, non sapevo nemmeno che lavorassi qui. Forse sono venuto per comprare del pesce, che ne dici?»
«Perfetto. Cosa desideri?» domandai, cercando di togliermelo da davanti il prima possibile.
«Non ne ho idea. Vado a pranzo da mia zia, pensavo di portarle qualcosa e lei mi ha chiesto di prendere del pesce a mio piacere per secondo. Oh, e delle vongole voraci, ha detto.»
«Voraci?» pensai di aver capito male.
«Sì, voraci.»
«Veraci, semmai. Dottore, guardi che le nostre vongole non sono voraci, non la mangiano. È lei che magia loro!» lo presi in giro, ridendomela allegramente.
Prima che potesse ribattere, mio padre si parò davanti a noi, sorridendo.
«Quanta allegria! Cosa posso fare per te, figliolo?» domandò cortesemente verso il vanesio maleducato, mentre si puliva con uno strofinaccio le mani bagnate.
«La sua dipendente si diverte a prendermi in giro.» protestò, «Comunque mi servirebbero delle vongole e qualcosa per un secondo, il meglio che avete, non bado a spese.»
«Mia figlia? Oh, ignorala. Fa tanto la sostenuta ma poi è la persona più buona e pacifica di questo mondo! Vieni, credo di avere qualcosa che fa al caso tuo.»
Ecco come essere messi del tutto in ridicolo dalla propria famiglia.
Ribollivo per aver fatto la figura della deficiente ancora una volta, in tanto che mio padre, illuminato dal “non bado a spese”, trattava Angelo Riva con tutti gli onori. Non prima che il mio genitore tentò di vendergli anche mio fratello – non ci provò, ma lasciatemelo sognare – il dottor Riva venne a pagare con un sorrisetto soddisfatto.
«Perché sei contento?»
«Tuo padre è una persona affabile. Molto simpatico e anche un gran chiacchierone!»
Cazzo!
Effettivamente papà aveva questo brutto vizio di parlare a ruota libera, anche con gli sconosciuti. Cos’era andato a raccontare?
«Non preoccuparti, non mi ha detto nulla di male. A parte la tua fissa per i libri e i pois, di cui io già ero al corrente.»
Passino i libri, ma come potevano essere arrivati a parlare di pois? Avevo i vestiti con quella fantasia, un ombrello, un astuccio, anche alcune lenzuola a dire il vero, però non vedevo collegamenti probabili che li avessero portati ad un tale discorso.
«Lavori spesso qui?» chiese, cambiando discorso.
«No, solo sotto costrizione.» ammisi, «Di solito aiuta mia madre, al massimo mio fratello quando non è impegnato a strimpellare altrove.»
«Suona?»
«Più che altro canta… sono centoventicinque euro e trenta centesimi, comunque.» finii di battere alla cassa, accorgendomi che davvero aveva speso parecchio, nonostante il contenuto si limitasse ad un’unica busta.
Lui, senza batter ciglio, pagò in contanti.
«Ci rivediamo a lezione, allora, buon lavoro!»
Assentii con la testa: «Buon pranzo!»
Quando uscì, mio padre mi si avvicinò.
«È un tuo amico?»
«Non proprio. L’ho conosciuto all’università.» mi limitai a rispondere, tralasciando ovviamente che la prima volta avevo parlato con lui sotto al nostro balcone, mentre aveva un paio di mie mutandine in mano.
«È un bel ragazzo!» fece eco mia madre in fondo al negozio, mentre io contorcevo il viso in una smorfia.
«Se mi porti altri clienti così, ti assumo per le pubbliche relazioni!» esclamò felice, correndo subito verso il prossimo cliente.
L’unico a non intervenire fu mio fratello, impegnato com’era con una cliente molto esigente: l’inquilina del’appartamento sotto al nostro. Beh, almeno mi ero evitata le sue insulse insinuazioni.
A conti fatti, ultimamente mi imbattevo in Angelo Riva ovunque: in università, per la strada, in negozio… a questo punto, mancava solamente che l’invitassi a casa mia per concludere il quadretto!
Risi all’idea. Ma… non sarebbe mai successo, vero?

 

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