Pois ~ Capitolo VI

Pois ~ Capitolo VI

Distrazioni

Dov’ero?
Chiara e semplice domanda che mi affollò la testa non appena mi accorsi di essere in una stanza sconosciuta, con la luce della luna che filtrava dalla finestra in stile classico e un’enorme letto matrimoniale a baldacchino dal copriletto rosso. Al centro della sala troneggiava un cesto di rose, un centinaio forse, anch’esse rosse e tutt’intorno distinguevo alla meno peggio alcuni mobili, a causa della poca luce che affiorava nella stanza.
«Non ti trovavo più. Perché sei scappata dalla doccia?»
Sussultai e mi voltai verso un uomo il quale, solo con un asciugamano in vita, fece capolino da una porta laterale che mentalmente associai ad un bagno.
Una camera d’albergo, ecco dove mi trovavo.
«Ho sempre preferito il letto.»
Ho sempre preferito il letto?
Che cavolo stavo dicendo? E soprattutto, perché?
L’uomo mi si avvicinò piano, ma questo comunque non mi aiutò a vedere il suo volto.
«Oh-ho! Alla mia topolina va di giocare, a quanto vedo!»
Potevo solo intravederlo, ma dal tono di voce ero sicurissima che stesse ammiccando.
Un secondo: una camera d’albergo, delle rose rosse, un letto e un uomo mezzo nudo che ammiccava verso di me. La consapevolezza della situazione mi fece spalancare occhi e bocca, proprio mentre lo sconosciuto si chinava ad afferrarmi i fianchi.
In quel momento mi accorsi anche di un’altro particolare: ero in accappatoio.
«Che gioco preferisci?» mi chiese, mentre le sue labbra cominciavano a regalarmi una scia di baci e le sue mani si impossessavano della cintura dell’accappatoio.
«Quello dove ci sei tu a giocare con me…»
Oddio.
Da dove veniva quella voce da gatta morta? Non poteva essere la mia!
L’uomo sorrise, mordendomi leggermente l’epidermide e io sospirai di piacere, reclinando la testa.
«Ci sarò in tutti i tuoi giochi. Non scappo, promesso.»
Sorrisi a quelle parole e portai una mano nei sui capelli ricci e scuri.
«Iniziamo?»
No, non potevo averlo detto davvero. Non io.
L’uomo non se lo fece ripetere due volte e con dolcezza mi fece scivolar giù l’accappatoio, mi issò tra le braccia e con tre falcate arrivò al letto, sul quale mi distese. Si mise a cavalcioni su di me, senza gravarmi col suo peso e con infinita lentezza carezzò tutto il mio corpo, divorandomi di baci le spalle e il collo, con una passione che avrei mai creduto possibile.
«Sei bellissima.» sospirò a mezzo centimetro dalle mie labbra.
In quel momento riuscì a vedere i suoi occhi scuri, liquidi di desiderio e spiazzata, sussultai.
Angelo Riva.
Ma era troppo tardi per pensare, le sue labbra si erano velocemente impossessate delle mie.

Scattai a sedere nel letto, spossata e accaldata. Davanti ai miei occhi la scena che fino a poco prima avevo vissuto.
Impiegai qualche secondo a connettere e poi, sbiancai.
Non potevo aver fatto un sogno del genere! Cosa assolutamente più importante, non potevo averlo fatto con lui come protagonista!
Tra le tante persone che conoscevo, perché anche nei miei sogni doveva importunarmi proprio il vanesio maleducato?
Considerato il tipo si situazione poi, sarebbe stato più indicato un attore o un calciatore, ben fornito e ben piazzato, come sognavano tutte le ragazze normali. Invece, tra i milioni di esseri umani presenti sul pianeta e le centinaia che affollavano la mia mente a causa dei libri, proprio lui doveva comparire.
Era una persecuzione!
Pochi secondi dopo suonò la sveglia e seppur intontita, mi costrinsi ad alzarmi. Non potevo permettere ad uno stupido sogno di rovinarmi la giornata. Avrei ricorso anche ad un esorcismo pur di allontanarlo dalla mia mente!
Purtroppo nel pomeriggio ancora ripensavo a quel maledetto sogno ed ero presa così tanto che nemmeno ascoltavo le parole scambiate tra il mio gruppo e il nostro tutor.
Sì, tra il nostro gruppo e Angelo Riva.
«Sei d’accordo Gaia? A te va bene?» chiese il dottor Riva, peccato non lo stessi ascoltando. «Gaia? Gaia!»
«Hm?»
«A te va bene?» ripeté.
«Oh, sì. Certo che va bene.» non sapevo nemmeno di cosa stesse parlando, ma andava bene lo stesso. Purché non mi facessero domande specifiche, andava tutto a meraviglia.
Lo scrittorucolo mi guardò perplesso per qualche secondo, poi tornò a rivolgersi a Maria e Salvatore e io continuai a perdermi nei miei pensieri. Così il tempo passò veloce e senza accorgermene, mi ritrovai a fare la strada di casa al fianco dello scrittorucolo.
«A che ora ci vediamo domani?»
Presa in contropiede, lo guardai scioccata. Dovevamo incontrarci? Ma soprattutto, perché?
«Il progetto Gaia, la ricerca. Nemmeno un’ora fa ci siamo accordati per dividerci il lavoro con gli altri, ricordi?»
«Oh, sì.» mentì, dato che dei loro discorsi non avevo capito quasi nulla. «Domani ho una sola lezione dalle nove alle undici, poi sono libera.»
«Va bene, allora ci vediamo verso le undici in biblioteca.» acconsentì. «Ma cos’hai oggi? Sei parecchio distratta.»
«Nulla, nulla.» mi affrettai a rispondere, mentre la scena sognata durante la notte tornava prepotentemente a farmi visita. «Forse non ho dormito tanto bene.»
«Ti conviene andare a riposare non appena rientri.»
Feci di sì con la testa, sospirando.
«Ti sei sentita male?» chiese e notai una leggera sfumatura di preoccupazione nella sua voce.
«No, no. Ho solo sognato cose strane…» non sapevo nemmeno perché lo stessi ammettendo proprio davanti a lui. Se mi avesse chiesto il mio sogno, cos’avrei risposto?
«Incubi?»
Sogni erotici, a dire il vero. Su di te, tra l’altro.
Bastava come spiegazione?
«Sì, più o meno.» la verità era che non sapevo neanch’io come catalogarlo. «Ricordo poco di quello che ho sognato, è da stamattina che cerco di ricordare.» aggiunsi, sperando di cavarmela in calcio d’angolo ed evitare ulteriori indagini.
«Vedrai che non sarà stato nulla d’importante, allora.» provò a rincuorarmi.
Purtroppo io, che il sogno lo ricordavo e anche bene, non riuscii ad essere della stessa opinione.
Angelo Riva mi salutò sotto il portone di casa e sospirai di sollievo non appena sparì dalla mia vista. Salii al mio terzo piano più mogia del solito, con l’intenzione di mangiare un boccone al volo, farmi una doccia e buttarmi a peso morto sul mio comodo letto. Cosa c’era di meglio?
Nulla, se non che il mio letto mi ricordasse quel bellissimo sogno con cui mi ero intrattenuta non molte ore prima.
Ero già al settimo sbuffo quando Alessandro, senza bussare, spalancò la porta della mia cameretta.
«Senti,» cominciò e il suo tono mi fece capire che non stesse facendo qualcosa di troppo desiderato, «io stasera esco con Luca e altri amici. Vieni anche tu?»
Inarcai un sopraciglio, stupita: io non frequentavo la compagnia di mio fratello. Per quanto li conoscessi, le volte che avevo frequentato il gruppo, volendo esagerare, si riducevano alle dita di una mano.
«Sono amici tuoi, che centro io?»
«Senti, non è colpa mia, ok? Dillo a quel coglione di Matteo, che a quanto pare si è preso una cotta per te e mi sta scassando le palle per vederti!»
Una cotta per me?
Questa sì che era nuova, davvero mi mancava.
«Matteo chi?»
«Matteo!» ripeté, come se solo il nome potesse farmi miracolosamente ricordare di chi stessimo parlando. «Quello che veniva al liceo con me. Alto, biondo, orecchino e Timberland anche a quaranta gradi! Matteo!»
«Quello che si rovesciò addosso il punch ai tuoi diciotto anni? Quello che ballava solo muovendo la testa?» improvvisamente una faccia più o meno confusa mi apparve in mente.
«Sì, lui! Matteo, insomma.» certo che mio fratello era un genio quando si ci metteva.
«Perfetto allora. Solo questa ci mancava!» mi lagnai, infilando la testa sotto il cuscino.
«Perché, che altro ti è successo?»
Oh, no. Modalità comare in arrivo. E Alessandro quando si ci metteva sapeva essere peggio di una zia pettegola.
«Lascia perdere, cose da donne.»
Cose da donne.
La scusa perfetta in ogni occasione e la mia preferita da quando avevo capito che mio fratello, appena sentiva quel “cose da donne” scappava via da solo, senza nemmeno salutare.
«Vabbé, ho capito. Vieni o no, allora?»
Aveva ceduto e io gongolai internamente per lo scampato interrogatorio.
«Chi altro c’è?» chiesi più per curiosità che per reale interesse.
«I soliti, più qualcuno che non dovresti conoscere e forse uno o due che non conosco nemmeno io – amici di amici o qualcosa di simile, non ricordo. Oh, anche Liz.»
«Liz
«Liz, Letizia. L’inquilina dell’appartamento sotto al nostro.»
Questo sì che era strano.
«Come mai? Non pensavo vi foste nemmeno mai parlati!»
«Mi ha chiesto di farle conoscere un po’ di gente nuova, credo sia più asociale di te. Vedila da questa prospettiva: avrai qualcuno con cui parlare!»
Certo, come no.
Deficiente! Come minimo mi farà raccontare la tua vita intera, dal primo pannolino a cos’hai mangiato oggi!
L’idea di uscire non mi entusiasmava, soprattutto considerando la nuova prospettiva – qual’era la scelta migliore tra Matteo con le sue Timberland e Liz con la fissazione per mio fratello? – ma staccare per un po’ mi avrebbe fatto bene. Almeno non avrei continuato a rivivere il sogno col dottor Riva.
«Va bene, vengo. Ma non facciamo troppo tardi che domani ho lezione.»
«Sì, riaccompagno te e Cenerentola per la mezzanotte e poi torno a bighellonare. Certo che tu e Liz siete davvero due rompicoglioni…»
«Manco fosse la tua fidanzata!» lo presi in giro.
«Per fortuna! Ti immagini? Non solo avrei il cappio al collo e la mutanda in testa, ma dato che ha la sensualità di una sacco di patate… beh, no, certe cose non posso dirle davanti a te. Tieniti pronta per le nove.» e si dileguò più veloce di com’era venuto.
Immaginai che prima stesse per fare un’allusione sessuale ma non mi curai di fermarlo per scoprire cosa volesse dire. Non mi importava di quel lato della vita di mio fratello e sinceramente era meglio che le sue battutine squallide se le tenesse per sé. In veste di fratello maggiore iperprotettivo e ficcanaso era già una bella palla al piede. Come se poi avessi una vita sociale, io!

Mi preparai con più cura del solito quella sera: non per attirare gli sguardi dei ragazzi della comitiva o di Matteo in particolare, ma per me stessa. Era passato davvero tanto dalla mia ultima uscita serale e mi piaceva l’idea di agghindarmi.
Avevo un fisico leggermente a pera e non me n’ero mai crucciata più di tanto. Scelsi un vestitino che adoravo, indossai dei tacchi non troppo alti per evitare di rimanere zoppa il giorno dopo e mi truccai con attenzione. Non ero una diva di Hollywood o la rivisitazione contemporanea di una dea greca, ma ciò che vidi nello specchio mi bastò e mi fece sentire soddisfatta.
Alle nove puntuali io e Alessandro eravamo sul pianerottolo di Letizia ed avevamo appena bussato.
«Arrivo!» dietro la porta un tonfo sonoro, un’imprecazione colorata e poi Liz che faceva capolino. «Scusatemi… mi è caduta la borsa.»
Altro che sacco di patate!
Letizia si era messa così in tiro che se l’avessi incrociata per strada non l’avrei riconosciuta. Anzi, probabilmente non avrei creduto che fosse lei nemmeno se mi fosse venuta incontro mostrando la carta d’identità.
Mio fratello, accanto a me, aveva una paralisi facciale completa di occhi a pesce lesso e bocca oscenamente spalancata.
«Permettimi di dirti che stai benissimo!» meglio iniziare con un complimento, no? Dopotutto quella ragazza strana, improvvisamente trasformata in bomba sexy, poteva essere il mio spiraglio di salvezza in quella serata.
«Grazie. Andiamo?» sorrise gentile, mentre si abbassava l’orlo del vestitino striminzito che aveva indossato.
«Certo!» mi girai per avviarci, ma sbattei contro mio fratello che, impalato come un baccalà, continuava a fissarla senza ritegno. «Ale, chiudi la bocca che ti sta uscendo la bava!» l’ammonii, ma lui sembrò non sentirmi.
Passai alle armi pesanti e gli pestai con forza il piede, col mio tacco di otto centimetri, ovviamente.
«Porca putt…!» si fermò, forse ricordandosi di essere davanti a delle signore e con tutta la dignità che poteva rimanergli, disse: «Aspettatemi in macchina, ho dimenticato il cappotto.»
Alessandro non aveva mai freddo: era un termosifone vivente al punto che non si preoccupava di portarsi dietro una felpa o un cappotto. Mi ci volle poco a capire che la sua era solo una scusa per togliersi dall’imbarazzo del momento.
In macchina la situazione fu più contenuta: mio fratello parlava a ruota libera come sempre e io l’assecondavo, mentre Letizia rispondeva a monosillabi solo se interrogata.
«State vicine e non parlate con gli sconosciuti.» ci avvertì Alessandro spegnendo il motore.
«Sì papà.» lo sbeffeggiai io, «Se faccio la brava dopo mi compri il gelato?»
«Sul serio, Gaia. Non date confidenza, soprattutto a chi non è del gruppo!»
Sbuffai, trattenendomi per non ricordargli in modo poco carino che ero maggiorenne e che lui era mio fratello, non il mio tutore. Fuori al pub qualcun altro era già arrivato e in poco tempo diventammo un bel gruppetto.
In quel quarto d’ora non successe nulla di diverso da quel che mi aspettavo: Liz ricevette così tante occhiate allupate che ad un certo punto preferì nascondersi dietro di me; tale Matteo resuscitò dal mondo dei morti e mi venne a salutare con una contentezza che non potei ricambiare; Liz si accorse che io non ero sufficiente a trarla d’impiccio e si nascose dietro mio fratello; Alessandro iniziò a lanciare occhiatacce ostili a chiunque provasse a sbirciare o avvicinarsi a Letizia e allo stesso tempo teneva sotto controllo me; Luca, il miglior amico di Alessandro si intromise tra me e Matteo, salvandomi da un monologo di cui non avevo capito una mazza.
Infine, pur di non perdere la prenotazione, ci sedemmo al nostro tavolo all’interno del pub e decidemmo all’unanimità che i ritardatari della comitiva avrebbero ordinato al loro arrivo. Dopotutto, chi tardi arriva male alloggia.
Molto fortunatamente, mi ero ritrovata con Letizia alla mia sinistra, Luca a destra e Matteo davanti, mentre mio fratello era a sua volta alla sinistra di Liz.
Ignorai l’elemento che mi era davanti e iniziai una fitta conversazione con Luca che conoscevo da anni, nonostante non ci fossi in confidenza. Quando lui rispondeva a qualcun altro o mangiava, spostavo le mie mire su Letizia, che pian piano stava sciogliendosi e parlava sempre più vivacemente. Matteo provò a conversare qualche volta, ma dopo avergli fatto snocciolare qualche frase, che a dire il vero non ascoltavo perché non m’importava cos’avesse da dire, mi rivolgevo con una scusa ai miei due angeli custodi.
Avevo appena addentato il primo enorme boccone di panino quando una voce, più suadente di quanto ricordassi, mi fece trasalire.
«Ciao, Gaia.»

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