Pois ~ Capitolo VII

Capitolo VII

Uomini

Tra tutti pub del mondo, tra tutte le amicizie in comune, perché era proprio li con noi?
Angelo Riva mi sorrideva soddisfatto, mentre con foga cercavo un qualunque liquido per evitare il soffocamento imminente.
Matteo mi passò con solerzia il suo bicchiere ma l’evitai abilmente recuperando (quasi) a casaccio quello pieno di Liz accanto al mio.
«Mi spiace, se è una manovra per farmi eseguire una respirazione bocca a bocca, non ne sono capace. Al massimo potrei portarti in ospedale.»
Mi colpii più forte sul petto per far scendere il boccone e la battutina, aiutata da Letizia che mi dava qualche pacca sulla schiena.
«C-che ci f-fai… tu qui?» biascicai, cercando di ricompormi.
«La stessa cosa che fai tu: sono venuto a divertirmi!»
«Gaia, chi sarebbe questo tipo? Lo conosci?» mio fratello si intromise immediatamente, squadrando il mio interlocutore dall’alto in basso.
«Mi chiamo Angelo, Angelo Riva.» lo scrittorucolo, troppo vanesio qual’era, si presentò da solo, «Ci siamo conosciuti all’università.»
Mentalmente lo benedii: aveva omesso di essere il mio tutor e in una relazione formale quale quella che sarebbe dovuta essere, la nostra informalità avrebbe assunto quantomeno un che di sospettoso.
Fortunatamente che non fosse cretino l’avevo appurato. Cioè, cretino lo era, solo non in quel senso li.
«Ah.» fu il magro commento di Alessandro. Chiaramente stava cercando di capire quanto potesse fidarsi.
«Tu saresti?» Angelo non si fece intimidire e l’esortò a presentarsi a sua volta.
«Suo fratello.» Alessandro si limitò ad uno sguardo indagatore.
«Va bene, ma avrai un nome anche tu, no? Mica posso chiamarti “fratello di Gaia”.»
«Alessandro.»
«Molto bene, Alessandro. Mi sapresti consigliare qualcosa di buono in questo posto? Non ci sono mai stato…» senza essere invitato si sedette sulla sedia vuota davanti a mio fratello, a fianco di Matteo. Che paraculo!
«Panino con provola, porchetta, salciccia, roastbeaf e patatine. Se ti piace l’insalata, aggiungi anche quella.»
«Perfetto.» sorrise compiaciuto, mentre il mio stomaco fece una capriola al solo sentire tutta la carne che sarebbe finita in quel panino.
«Come ci sei arrivato qui, Angelo?» mi affrettai a chiedere, riprendendomi dallo shock r cercando di capire quanto fosse legato a quel gruppo nel quale ero stata aggiunta per volontà di Matteo.
«In macchina, ovviamente. A piedi era fuori discussione.»
«Intendo con chi! Chi conosci per essere qui anche tu?» insistetti, stizzita.
«Vedi quel tizio laggiù? Alla destra di quello a capotavola?» indicò con un dito.
«Chi? Big-G?» s’intromise Alessandro, attento forse più di me.
«Proprio lui, è mio cugino.»
Big-G, alias Giovanni, soprannominato così per la sua taglia di tutto rispetto, era un “amico di amici” di Alessandro – quello che sedeva a capotavola per la precisione – e a quanto pareva si era portato il cuginetto milanese dietro.
C’è chi dice che il mondo è piccolo e chi che la sfiga lo perseguita. Io pensai che entrambe le affermazioni fossero vere per me.
Comunque, il dottor Riva e Alessandro mi ignorarono deliberatamente per tutta la serata e parlarono fittamente tra di loro, manco fossero stati vecchi amici che non si incontravano da anni e io ribollivo come una pentola sul fuoco.
Uomini, chi li capisce è bravo.
Liz accanto a me era strana: lanciava occhiatine per tutto il tavolo e si guardava con circospezione, come se qualcosa non andasse per il verso giusto.
Matteo, superato lo stupore iniziale, tornò alacremente a cercare conversazione con me, solo che mi trovò impegnata con Liz, scusa ormai perfetta per evitarlo.
A mezzanotte precisa, sia io che Letizia chiedemmo a mio fratello di riaccompagnarci: però i minuti passavano, lui continuava a rimandare e noi a insistere. Matteo faceva saettare i suoi piccoli occhietti da me ad Alessandro, forse aspettandosi che uno di noi gli chiedesse la cortesia di un passaggio nella sua BMW.
«Se vuoi le accompagno io, dato che sto per andar via.» lo scrittorucolo si propose prima che la situazione diventasse più imbarazzante.
«Hai intenzione di andare già via? Guarda che la serata non è nemmeno iniziata!» mio fratello sembrava dispiaciuto all’idea, forse aveva ipotizzato di avere un nuovo compagno di bevute.
«Domani devo essere in università e sarà una giornata lunga.» si scusò il dottor Riva.
«Università, università! Mi sembra di sentir parlare mia sorella!» inveì Alessandro sotto il mio sguardo omicida, «Vai pure se preferisci, io da qui non mi muovo. Ovviamente, puoi portarti dietro anche queste due passa guai
Io ero seccata dal comportamento di mio fratello, ma sullo sguardo di Letizia si leggeva chiaramente la delusione. Forse stava incominciando a rivalutare il suo eroe e vedeva quanto umano – e imperfetto – realmente fosse.
Alessandro non era un uomo di cui innamorarsi: a parte la totale assenza di romanticismo, la vestibilità particolarmente stretta che aveva per lui la parola relazione e il tatto minimo per i sentimenti altrui, era il classico tipo da una notte e via – o meglio, da una botta e via. Ulteriori speranze e pretese sarebbero state vane.
Mi spiacque per quella ragazza, non meritava di disperarsi dietro il comportamento da stronzo di mio fratello.
«Le riaccompagno io, allora. Buon continuo!»
Non ero del tutto convinta che fosse una buona idea, ma dovevo tornare a casa e da quando lui aveva promesso di comportasi bene non avevo avuto più nulla da rimproverargli. Salutammo rapidamente l’allegra combriccola e ancor più velocemente ci defilammo.
«Non mi sarei mai aspettato di trovarti li…» commentò Angelo, una volta in macchina.
«Nemmeno io, se è per questo. Stavo quasi pensando di denunciarti per stalking!»
«Non lo faresti mai.»
«Come fai ad esserne così sicuro?»
«Ti servo. Finché continuerò a servirti, eviterai di attaccar briga con me.»
Beh, tutti i torti non aveva.
Lanciai un’occhiata a Liz dallo specchietto retrovisore: guardava fuori dal finestrino assorta, sicuramente persa in un atro mondo.
«Ehi, la tua amica come si chiama?» chiese lui, indicandola.
«Letizia.»
«Bene.» sogghignò e poi la chiamò più volte, fino ad ottenere la sua completa attenzione. «Dove ti accompagno?»
«A casa di Gaia, abito nello stesso palazzo.» sussurrò.
«D’accordo.» dopo qualche attimo di pausa effetto, le chiese: «Letizia, mi lasceresti il tuo numero?»
Cosa?
Spalancai gli occhi dalla sorpresa, davvero non mi aspettavo una cosa del genere. Certo, Liz indossava un vestitino rosso che gridava agli uomini “mangiatemi” o meglio “stupratemi”, ma non avrei mai immaginato che rapisse anche l’attenzione dello scrittorucolo maleducato.
Evidentemente, ragionava come tutti gli altri uomini: con il pisello.
Certamente, timida com’era, la mia vicina avrebbe declinato subito la richiesta…
«Ok.»
Ecco, questa risposta sì che mi spiazzava, così come mi fece partire un ennesimo moto nello stomaco, una contorsione che mi strinse le viscere.
L’uomo sul quale avevo fatto un sogno erotico quella notte stava chiedendo il numero ad un’altra davanti a me. Non l’avrei mai ammesso, ma mi sentivo ferita come donna. Si sa, l’orgoglio è una brutta bestia e quella bella scenetta ebbe la forza di farmi ammutolire per tutto il resto del viaggio. Quando arrivammo sotto il palazzo uscì dal veicolo quasi annaspando – avevo la sensazione che li dentro mancasse l’aria – e senza salutare, sbattei la portiera e mi rinchiusi di gran carriera in casa.

I veri problemi iniziarono il giorno dopo, dato che non appena aprì gli occhi una forte emicrania mi diede il buongiorno. Inghiottì una pastiglia a forza e mi diressi in facoltà, con umore poco diverso dal giorno prima.
«Gaia, che ti è successo?» la voce preoccupata di Maria sembrò spaccarmi i timpani, sintomo che il medicinale non aveva ancora iniziato a fare effetto.
«Ieri sera sono uscita con mio fratello… questo è il risultato.» biascicai, portando una mano a massaggiare le tempie.
«Ti sei ubriacata?»
«Ma che vai a pensare?» risposi di getto. Avevo troppo la testa sulle spalle per ubriacarmi senza motivo, per di più durante la settimana. «C’era solo un sacco di gente, un sacco di cibo e…» mi bloccai, interdetta.
…quel cretino del dottor Riva!
Possibile mai che, invece di pensare all’insistenza di Matteo, alla gentilezza di Luca, all’ossessiva protezione di Alessandro, mi venisse in mente solo lui? Mi maledissi da sola per quel pensiero e diedi la colpa all’emicrania.
«…e?» Maria insistette e io, un po’ per confidarmi con qualcuno, un po’ perché non sapevo dirle di no, cedetti.
«…e Angelo Riva.» conclusi.
«A però! Certo che per non volere nulla da te, sembra ti stia particolarmente appiccicato!»
«Era li con suo cugino…» protestai, non convinta del senso che avesse ribattere. «Poi ha chiesto il numero alla mia vicina di casa che, per la prima volta in vita sua, era vestita… anzi, svestita come una coniglietta di Playboy ad una festa in piscina. La cosa peggiore è che ci stava anche bene!»
Mary contrasse il viso in una smorfia schifata.
Controllai l’orologio, con il mio umore nero mancava solo che fossi in ritardo a lezione.
Salutai Maria frettolosamente e mi avviai verso le due ore di tortura, mentre un senso di voltastomaco mi saliva ogni volta che pensavo a ciò che sarebbe successo alle undici.
Le undici arrivarono e con loro un po’ di nervosismo che aveva preso il posto del mal di testa.
Qual’era il problema di quel ragazzo? Perché poi aveva chiesto il numero di Liz, che era stracotta di mio fratello? Non aveva nemmeno il mio! Non riuscivo a darmi una spiegazione – che non fosse un probabile interesse verso di lei – e la cosa mi indisponeva particolarmente.
Dire che quella lezione passò velocemente sarebbe una bugia, ma ero troppo impegnata a restare calma che calcolai l’orologio meno del solito. Quando con poca grazia arrivai fuori alla biblioteca, per mia allegria il mio personale appuntamento delle undici già attendeva.
«Buongiorno!» mi salutò allegro ed io mi limitai a grugnire un saluto senza sapere di esserne capace. «Ci siamo svegliati con il dente avvelenato?»
No, ma un mio attuale morso potrebbe come minimo paralizzarti.
«Fortuna che tu sei di buon’umore.» borbottai, «Non riesco a stare sveglia con otto ore di sonno, figurati se la sera prima sono stata in mezzo alla gente fino a tardi.»
«Quanto la fai lunga! Io mi sono divertito: tuo fratello era simpatico e Liz molto gentile.»
«Siete entrati subito in confidenza, a quanto vedo.»
E ci vedevo benissimo, di questo ne ero sicura.
«Alessandro è davvero di compagnia! Un po’ troppo esuberante forse, ma credo abbia ricevuto anche la tua parte di corredo genetico festaiolo.» sorrise.
«Stai dicendo che non so divertirmi?» mi bloccai, sopracciglio inarcato e sguardo che uccide.
«No, dico solo che lui si scioglie prima.» indietreggiò, alzando le mani per difendersi da un eventuale attacco. Non mi aveva convinta del tutto, ma proseguii lungo gli scaffali.
«Intendevo con Letizia, comunque.»
«Ah, Liz. Beh, sì, direi. È simpatica, carina e molto dolce.»
Perfetto, proprio ciò che volevo sentirgli dire.
«Sembra che abbiate parlato per ore invece che per pochi minuti…»
«Beh, in effetti una volta a casa l’ho richiamata una e abbiamo chiacchierato del più e del meno.» Angelo si grattò una guancia, distogliendo lo sguardo dal mio.
In verità, non seppi se sentirmi consolata da quel dirottamento di attenzione o offesa: un giorno diceva che gli interessavo io e mi seguiva come un’ombra, l’altro se ne usciva bellamente di aver parlato al telefono a notte fonda con la mia vicina di casa. Bah, chi lo capiva era bravo.
Dannato scrittorucolo!
«Sei un tipo strano.» commentai, sovrappensiero. «Comunque, vediamo di sbrigarci, vorrei essere a casa per cena.»
Non sapevo che pesci pigliare e quindi, in un piccolo barlume di lucidità, trovai più saggio abbandonare la questione e rimanere il più professionale possibile.
Angelo Riva, per un motivo o un altro, sembrò contento di quella decisione e non tirò più fuori l’argomento.
Per le diciotto, avevamo svolto tutta la nostra parte i lavoro e eravamo pronti a lasciare la facoltà.
«Aspettami che ti accompagno, tanto dobbiamo fare la stessa strada.» si offrì il vanesio, affiancandomi.
Non trovai nulla da replicare: dopotutto, sapevo da me che la strada era quella.
Come un segno del destino, dopo pochi passi il mio telefonino squillò e velocemente lo recuperai per leggere il messaggio appena arrivato.
Gaia, ti devo parlare. Anzi, è più corretto dire che devo chiederti un favore. Quando possiamo vederci?
Premesso che era già strano che Luca mi inviasse un messaggio, figurarsi chiedermi un favore. Tra l’altro, quando gli avevo dato il mio numero? Io non mi ricordavo di averlo mai fatto.
In ogni caso, se mi cercava per un favore, probabilmente qualcosa era successo e non me la sentii di dirgli di no.
Sto uscendo dalla facoltà adesso. Tra una ventina di minuti a casa mia?
Pochi secondi dopo il telefonino trillò ancora e le notifiche di Whatsapp si illuminarono.
Preferirei un luogo dove Alessandro non ci sia. Ti va bene il bar in Galleria Umberto?
Non era vicinissimo, ma nemmeno lontanissimo e a conti fatti si poteva fare. Anche se non capivo il motivo di tanta segretezza, acconsentii.
«Cambio di programma, ho un impegno improvviso.» annunciai.
«Sarebbe?»
«Devo incontrarmi con un amico.» scandii chiaramente, facendo spallucce.
«Uno spasimante?»
Che scrittorucolo impiccione. Forse avrei dovuto farlo cuocere nel suo stesso brodo, ma ero troppo buona e poco incline a dire bugie.
«Cosa della parola “amico” non ti è chiara?»
«La presenza fisica associabile alla persona alla quale ti riferisci con tale parola. Ti serve compagnia? Se vuoi ti accompagno dato che sta facendo buio e andare in giro da sola, per una ragazza, è pericoloso.»
Oh oh, ma che carino. Dov’era nascosto negli altri ventun’anni della mia vita?
Peccato che non avesse fatto i conti sia col mio attuale malumore che col fatto che non volevo sapesse i fatti miei.
«No, grazie. Sono in grado di cavarmela da sola.» sorrisi forzatamente.
«Se poi…»
Capito l’andazzo, mi affrettai a bloccarlo: «Credimi, sono più al sicuro con lui che con te.»
Il che era vero, Luca non aveva mai provato a saltarmi addosso o a farmi proposte di alcun tipo.
Il dottor Riva sorrise, mi si avvicinò, prese tra le mani il mio volto e mi schioccò un bacio sulla fronte: «Promettimi però, che non appena torni a casa mi mandi un messaggio.»
La mia faccia, stupita, la diceva lunga su quanto fossi sconvolta.

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