Tirarsi indietro

Oggi, dopo aver corso su e giù per il centro a causa dell’università, sono arrivata alla conclusione che questo post doveva essere scritto. Come già avevo introdotto in Urge una moltiplicazione del corpo, sono intasata da molti impegni e convinta come al solito di star facendo troppo poco e di poter fare e dare di più, sono andata alla convocazione per il part-time – soprattutto per non pentirmene in un secondo momento, come spesso mi capita.

Gira e rigira, il sapere che non avrei potuto farlo (a causa della tempistica in particolare) nonostante ci tenessi parecchio, è diventato certezza. Alla fine, mi sono convinta a rinunciare, seppur con amarezza.

Accettare la rinuncia in sé non è stato difficile… tutto il contesto è stato frustrante!

Giorni di indecisione, analisi di coscienza, calcoli matematici e statistiche di successo/insuccesso campate in aria…. di tutto, davvero di tutto. Però, nonostante tutto, quando ho deciso, mi sono sentita sollevata e libera. Sentivo di aver fatto bene.

Perché spesso ci vuole più coraggio a rinunciare, che a proseguire.

In certi casi, non bisogna prendere tutto, come ci hanno sempre insegnato: bisogna scegliere, selezionare e prendere una decisione ragionata. Tirarsi indietro, non prendere tutto, non è sinonimo di debolezza, anzi: ritengo che possa essere considerato un segno di maturità, di conoscenza di se stessi e dei propri limiti eccessivi.

Mi spiace solo che io, fino all’ultimo, non l’avessi ancora capito.

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5 pensieri su “Tirarsi indietro

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