Il 14 Novembre di Parigi

Non ho mai scritto nulla su vicende di questo tipo: mai. Per una strana questione di rispetto, mi sono sempre astenuta e diciamolo, certe volte alcune parole sono semplicemente inutili. Nessun tweet, nessun post, nessun pin… niente di niente e così continuerò a fare (forse neanche questo articolo vedrà la pubblicazione). Non ho intenzione neanche di commentare ciò che è successo, chiunque riesce a trarre le proprie conclusioni senza il mio aiuto.

Mentre scrivo queste righe, mi pongo con amarezza domande usate e riusate, vecchie come il mondo: “Come si può uccidere in nome di un Dio? Come si può considerare queste persone esseri umani se né altri uomini né animali arrivano a tanto?” e così via.

Lo so, di risposte e casi simili la storia è piena. In tutto questo, mi sforzo, cerco di tener conto delle differenze culturali, del background in cui altri hanno vissuto, ma non riesco proprio a capire.

Io non riesco proprio a capire. Punto.

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4 pensieri su “Il 14 Novembre di Parigi

    • Sono d’accordo. Anche perché in questi momenti non si giudica con raziocinio – almeno la maggior parte delle persone non lo fa – e si sputano invece sentenze a destra e sinistra senza ragionare.

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  1. questo potrebbe essere un ottimo spunto per il racconto *cerchio* (o forse già lo è, un racconto, intendo, non so). perché – e qui ci vengono in aiuto le neuroscienze – compiere azioni come quelle cui fai riferimento è possibile proprio se non consideri l’altro come un essere umano. per sommi capi, semplificando, ti cito un interessante studio di neuroimaging: (1) a dei volontari venivano fatte vedere foto di individui identificabili come “consimili” (stessa etnia, stesso ambito culturale) e nel cervello si attivavano aree connesse alla gestione di informazioni del “sé e del noi”; (2) a dei volontari venivano fatte vedere foto di individui identificabili come “stranieri” (diversa etnia, diverso ambito culturale) e nel cervello si attivavano aree connesse alla gestione di informazioni di “oggetti, cose inanimate”; (3) se i volontari venivano invitati a scrivere un breve racconto “immaginando di essere” l’individuo straniero nella foto, successivamente le aree cerebrali attivate vedendo individui “stranieri” non erano più quelle degli oggetti, ma quelle del “sé e del noi”. in tal senso, mi fa un po’ paura quando dici di non poter considerare tali persone “esseri umani” poiché così facendo chiudi il *cerchio* (invece di interromperlo).
    magari il terrorismo non è tanto un problema di religione, ma di ignoranza? e, in tal senso, forse sarebbe opportuna una minima autocritica da parte dei governi occidentali che invece di offrire ed esportare “cultura” (intesa come *opportunità di istruzione*, ovvero scuole e università), praticano da secoli politiche neocoloniali dentro i confini del mondo industrializzato (ghetti e banlieue) e fuori dei confini del mondo industrializzato (depredazione di ricchezze, pagamenti in armi, destabilizzazione politica portando guerre in aree strategiche, condizioni di lavoro da semischiavitù e compagnia bella), il tutto condito dalla retorica *noi civiltà superiore* che finisce per accentuare le tensioni (tipo, “dio è con noi”, “esportiamo la democrazia”, “il bene vincerà”). peraltro, ciò non avviene a caso, visto che proprio accentuare le tensioni serve a preparare l’opinione pubblica ad accettare nuove guerre. e anche qui,ahimè, il *cerchio* si chiude…
    : ((
    quindi grazie di cuore per gli spunti di riflessione (ovvero per aver condiviso i tuoi pensieri).
    vieppiù come accennavo più sopra, non si può escludere che proprio partendo dal “punto” finale, sia possibile tracciare il cerchio di una storia per il Raynor’s Hall.
    : )

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    • Ammetto di essermi spaventata un po’ per la lunghezza di questo commento, non ci sono davvero abituata… ma l’ho trovato molto interessante e sono pronta a rispondere a tutto ciò che hai scritto 🙂
      In primis, sappi che questo articolo non è un racconto, semplicemente una riflessione abbastanza “a caldo” su ciò che pensavo. In ogni caso, sono contenta che tu lo ritenga uno spunto interessante^^
      Personalmente ho avuto il piacere di studiare qualcosina di neuroscienze, seppur pochissimo ed in un passato non recentissimo. Per quanto si attivino zone diverse del cervello, il problema principale è di ordine culturale: la contrapposizione noi/loro è appresa dall’essere umano non per natura ma per cultura (infatti l’antropologia culturale ha un ampio bagaglio di spiegazioni per queste definizioni) e lo “straniero” è una persona che per usanze e modi di fare sentiamo diverso dalla realtà in cui siamo quotidianamente immersi. Il cervello è stimolato in parti diverse secondo questo “sentire” che apprendiamo dal momento stesso in cui siamo inseriti nella società e ovviamente, nel momento in cui un soggetto immagina di essere un’altra persona, straniero o compaesano che sia, avviene il fenomeno dell’empatia, ovvero dell’impersonificare i panni dell’altro. Così il soggetto si cala “nel personaggio” e di conseguenza si attiva la zona neuronale del “sé e del noi”. L’empatia è uno strumento potente per l’intercultura e sicuramente una buona base per relazionarsi al prossimo.
      Il mio problema, parlando di come mi sento a riguardo e non di come consideri le persone o l’accaduto in questione, è che non riesco ad avere empatia con questi uomini e cosa forse peggiore, non sono sicura di volerla avere con degli assassini. Il “ Come si può considerare queste persone esseri umani se né altri uomini né animali arrivano a tanto?” è riferito più che altro ad una mancanza di terminologia, perché chiamarli uomini non mi sembra giusto rispetto alle vite cui hanno messo fine e definirli bestie non sarebbe corretto, dato che gli animali uccidono solo per fame o per pericolo.
      Non so dirti se il terrorismo sia un problema d’ignoranza più che di religione: certo, non manca nessuna delle due. Sicuramente è ingiusto elargire tutte le colpe alla religione, dato che l’islam non è un credo così estremista come lo interpretano i terroristi – anzi, è contro la violenza che loro tanto declamano – e ancora sicuramente, l’ignoranza ha le sue belle radici piantate – sia dal lato dei terroristi che da quello di noi “occidentali e persone comuni” – in profondità nella nostra personale visione del mondo.
      Dal mio punto di vista, i governi occidentali hanno la loro enorme dose di coscienza sporca sin da quando hanno avviato le politiche coloniali. Anzi, facciamo dalle crociate, il cui scopo era esattamente quello di occupare territori ricchi servendosi della scusante di un popolo pagano da convertire e “salvare” – sì, in questo bel discorso rientra anche il cristianesimo, nessuno si scansa. Poi si sa, morto un papa se ne fa un altro e con il tempo l’unica memoria che resta è quella trionfante di chi ha guadagnato e quella lamentosa di chi ha subito…
      La cultura, nella sua concezione reificata, indica le usanze e le abitudini proprie di un popolo, il suo folk ed è totalmente sbagliato guardare “all’altro” (ancora una volta la mancanza di terminologia sminuisce la mia possibilità di formare una frase che rispecchi appieno ciò che voglio illustrare) dando per superiori le nostre caratteristiche culturali. La cultura non è una linea retta darwiniana, che progredisce dall’estremo del primitivo a quello della superiorità dell’uomo occidentale, ma questo non tutti sembrano averlo ancora capito. Giusto per darti un esempio, prendi i risultati degli esperimenti cognitivi fatti su problemi di matematica e aritmetica da varie popolazioni: cambia il processo mentale cui si attinge, non ci sono mica mancanze intellettive!
      Credo che il problema dei governi occidentali non sia tanto l’autocritica – vuoi che non sappiano cosa stanno facendo da secoli? – ma gli interessi: come hai detto tu, dietro ci sono tante belle cosine che allettano. E concordo che l’allarmismo, le diatribe e l’accentuazione delle tensioni servano a convogliare la massa verso una condivisione dell’interesse di turno – giusto per precisare, non capisco i terroristi, ma sono del tutto contraria ad un’entrata in guerra contro di loro o ad altre azioni violente! Ad essere sincera non mi piace l’andazzo di questo cerchio: alla fine, molti si stanno lasciando guidare dagli avvenimenti ed invece di ragionare, pensano alla classica soluzione dell’uomo impaurito – occhio per occhio, dente per dente. Volendo estremizzare, c’è il rischio che gli assaliti diventino più crudeli degli assalitori…
      Grazie a te per avermi permesso una riflessione più profonda, scusami se probabilmente ho impiegato troppe parole e spero che, partendo da questo benedetto punto, riusciamo a tracciare qualcosa che non sia l’ennesimo cerchio (a parte quello della storia per il circolo!) 🙂

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