192

Oneshot per il circolo di scrittura al quale partecipo, giusto un pochetto più lunga degli 8000 caratteri dati a disposizione. Tema di questa volta era il “cerchio”. Ammetto di non esserne totalmente soddisfatta — non so nemmeno io il perché – ma voglio sperare di ritornarci su un giorno.

Questa breve narrazione vorrebbe farvi riflettere su quante cose cicliche ci circondino, anche quando non sembrano tali. In primis il tempo: la linearità della vita può benissimo incrociarsi con la ciclicità di quello che succede nel suo corso. Subito dopo il percorso di ognuno di noi che, talvolta, quasi come se fosse uno scherzo del destino, ci riporta punto e a capo — magari, lo stesso capo di prima. Aggiungerei anche la sfera dei sentimenti: sospiri, sorrisi, palpitazioni e così via con felicità, tristezza, malinconia… loro vanno e vengono e noi restiamo li, ad impazzire per ciò che non smette mai di sconvolgerci. In ultima istanza le seconde opportunità (a volte anche terze, quarte, quinte…): ritornano, almeno finché siamo noi a volerlo. Spero troviate anche qualcosa in più di quello che volevo trasmettere io… ma per adesso mi limito ad augurarvi buona lettura.

Genere: introspettivo. Rating: per tutte le età.


192

Ogni mattina, più o meno alla stessa ora ed a distanza di qualche minuto, il 192 faceva un percorso ad ostacoli che poco si definirebbe cerchio, dato tutti i vicoletti che percorreva. La cosa strana, a dire il vero piuttosto abituale per i mezzi pubblici, è che ad un certo punto ritornava sui suoi passi, ripetendo all’infinito il giro.

In generale, è assurdo pensare quanto alcune parti della vita abbiano una ciclicità, una trama infinita che si ripete con estrema precisione. Quand’ero più piccola non ci avevo mai fatto caso, ma con l’età ho imparato a distinguere i momenti speciali, quelli che avrei ricordato per sempre, da quelli che, pigramente, ritornavano di tanto in tanto esattamente come si erano presentati la prima volta. Come la corsa del 192.

La mia piccola storia si svolge esattamente qui, nell’indifferenza dei pendolari e nel cattivo odore di sediolini di plastica usurati dal tempo, il cui colore arancione è solo un ricordo sbiadito di almeno venti anni fa.

Il cielo sovrastava imponentemente lo skyline della città ed era chiazzato di nuvolette bianche: non riuscivo a capire se avesse smesso davvero di piovere o se presto sarebbe ricominciato.

A dire il vero, più che di piccola storia si dovrebbe parlare della mia intera vita, perché è sotto questo cielo e tra queste persone che ho sempre vissuto, dal primo momento in cui ho respirato. Dovrebbero essere passati almeno venticinque anni da quel giorno anche se, a volte, ho l’impressione di confondermi e sbagliare questo formidabile calcolo che mi hanno insegnato a fare sin dai primi balbettii indistinti.

Mi persi ad osservare le nuvole e la mente sorvolò gli ultimi anni attraverso flash di ciò che mi era accaduto, facendomi tornare davanti agli occhi momenti belli e brutti, tutti vissuti con un’intensità tale che ne ebbi quasi paura.

Sorrisi.

Quanto avevo vissuto in quegli anni!

Una vecchietta urlò ed io sobbalzai, stordita più dai miei pensieri che dal siparietto mattutino a cui mi stavo lentamente abituando. Bastava che in strada ci fosse qualche volante in più dei carabinieri per inserire la pulce nell’orecchio di qualche balordo e fargli farneticare mille inutili supposizioni su un probabile attentato. Tre giorni fa qualcuno in strada doveva fare una strage, oggi, per la vecchina, sarebbe saltato il palazzo che stavamo sorpassando. Chissà, domani sarebbe esploso proprio il nostro pullman.

Il 192 proseguì la sua lenta agonia sulle strade asfaltate della periferia, sobbalzando almeno tre volte per ogni fosso preso. Dondolavo insieme a lui da almeno sette minuti, quando avevo ceduto il mio posto ad un anziano che trasportava con sé un carrellino per la spesa dall’aria malandata.

Le auricolari che avevo infilato nelle orecchie erano spente: mi consentivano di origliare cosa succedesse intorno e allo stesso tempo fingere di essere persa in un mondo tutto mio. A volte avrei preferito non ascoltare, soprattutto quando qualche cafone ingiuriava contro tutti i santi o quando il ragazzino scemo di turno ci provava spudoratamente con qualsiasi essere femminile presente nell’abitacolo. Ma, ahimè, era meglio essere allerta su tutto piuttosto che sobbalzare dopo per una mano morta.

Il 192 inchiodò bruscamente ad una fermata isolata, arrestando la sua corsa solo qualche metro dopo le strisce gialle riservate ai mezzi pubblici. In quel momento mi assalì il dubbio che probabilmente i freni non fossero messi meglio della carrozzeria.

Imprecando un giovane uomo salì di corsa e lanciò un’occhiataccia al conducente. Quest’ultimo lo snobbò e con pigrizia fece cigolare il pullman, costringendo il mezzo a riprendere il suo giro. Mi obbligai a tenermi più forte al primo appiglio che capitasse a tiro e scoccai un’occhiata incuriosita al nuovo passeggero: alto, mingherlino, camicia pulita e ventiquattro ore munito. Peccato che quel profilo ormai lo conoscessi a memoria: solo a lui sarebbe potuto appartenere.

Ero un’abitudinaria del 192 da quasi quattro mesi, sempre alla stessa ora, mentre lui prendeva quella corsa da circa due settimane, suppergiù. Non sapevo realmente chi fosse, non sapevo dove andasse né perché. Certo avevo delle supposizioni, ma la mia curiosità si accendeva ogni volta che lo rivedevo e sarei potuta benissimo sembrare una stalker per il modo penetrante con cui lo scrutavo.

Poche volte invece il suo sguardo passava in rassegna il pullman e quella mezza volta che si era posato su di me, ero rimasta immobile trattenendo il respiro, concentrata su un punto fisso, in modo che, con la mia musica e lo sguardo fermo nel vuoto, lui credesse fossi del tutto immersa nel mio mondo. Aveva funzionato: eccome se l’aveva fatto! Solo che io, a differenza sua, continuavo ad osservarlo da lontano, inventandomi possibili scenari su chi fosse e sul motivo che spingesse un uomo così distinto su un rottame di periferia.

Sospirai e prestai uno sguardo alle nuvole che sembravano diradarsi.

Ormai era assodato: non solo ero una stalker ma anche una che si faceva i viaggi mentali. Forse, immaginai, per diventare una stalker perbene i viaggi mentali sono un rito di passaggio obbligatorio…

Scossi la testa allontanando i pensieri e pigiai la chiamata per la prossima fermata. Sempre se l’autista si fosse ricordato, ovviamente.

«Permesso» con la solita indifferenza mi feci strada tra le persone e con quella stessa parola chiesi anche a lui di spostarsi. Come le altre poche volte che era capitato, subito mi fece spazio portandosi al mio fianco.

Dio, il suo odore… non l’avrei dimenticato tanto facilmente. Era buono, dannatamente buono e in quel momento ebbi la consapevolezza di star impazzendo.

Il pullman inchiodò un’altra volta, bruscamente.

Contrariamente a quanto successo nei miei viaggi mentali, non avvenne nessuna scena da film: non inciampai andando addosso all’oggetto dei miei desideri, lui non mi schiacciò per sbaglio e nessuno mi importunò, cosicché non dovetti essere salvata dal cavaliere errante che sognavo fosse.

Sospirai stanca e senza nulla che mi trattenesse, non appena le porte si spalancarono con un tonfo, balzai giù dal 192 con un saltello poco aggraziato. Non guardai indietro, non dissi una parola: ero innamorata persa di quel ragazzo senza nemmeno conoscerlo e come una cretina, ogni volta che lo osservavo riuscivo solo a sospirare.

La cosa buffa della mia storia è che crescendo avevo imparato quanto improvvisamente il mondo cambiasse, la Terra si muovesse più velocemente sotto i piedi e il tempo passasse così rapidamente da far sembrare infinita la durata di un battito di ciglia. Io ormai lo sapevo bene: quel flusso mi aveva inglobata e non solo ero trasportata, ma avevo imparato anche a sfruttarne le correnti per muovermi più velocemente. Infatti la mia monotona vita procedeva senza intoppi da tanto.

Purtroppo, non mi bastava più: volevo qualcosa di nuovo, qualcosa di diverso. Volevo sbagliare, volevo sentire qualcosa di più vero e adrenalinico della corrente che mi trasportava via. Volevo imparare, volevo altro invece di una vita che passava senza che mi accorgessi più di nulla.

Con lui avevo capito una cosa: il tempo non ritorna indietro.

Grazie a lui il mio tragitto assumeva una sfumatura nuova e la mia curiosità si risvegliava come non accadeva da troppo. Magari prima o poi avrei trovato il coraggio di guardarlo in faccia, o almeno di chiedergli l’ora.

Anche se la consapevolezza che prima o poi non l’avrei rivisto più mi logorava, sapevo che lui era la mia chance di riaprirmi al mondo.

Dovevo assolutamente trovare il modo di parlargli, almeno di augurargli buongiorno. Per quanto mi avrebbe fatto piacere conoscerlo, inondarlo con tutte le domande che mi ero posta in quelle due lunghe settimane, mi sarei fatta bastare anche un semplice saluto non ricambiato. Dopotutto non avevo grosse pretese: non si possono avere quando non conosci nemmeno il nome della persona che ti piace. Ma un semplice saluto lo dovevo almeno a me stessa.

Dietro di me il pullman riprese il suo giro, cigolando più di prima. Lui sparì dalla mia vista e sul mio viso si dipinse una smorfia contrariata.

Dovevo riuscirci. Almeno un saluto.

Forse, sarebbe accaduto il giorno dopo. Il cuore si strinse in una morsa mentre mi facevo coraggio.

Potevo riuscirci: in fin dei conti il 192 girava in cerchio e ripercorreva sempre i suoi passi. Magari, ancora una volta mi avrebbe dato l’occasione di rivivere quella stessa giornata come accadeva da due settimane, di avere una seconda chance ancora una volta.

Io almeno ci speravo davvero.

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