Innamorarsi… si può?

Come si capisce quando si è innamorati?

Innamorarsi è forse porsi delle domande(anche troppe)? Forse pensare sempre all’altra persona? Forse avere un nodo allo stomaco che stringe sempre di più fino a farti perdere l’appetito?

E amore cos’é?

Dubbi esistenziali annebbiano la mente, mentre la più grande paura è di essere caduta dove non volevo cadere, senza volerlo. Non è programmato e non è voluto: non può capitare così, a ciel sereno.

E il più pesante fardello è sapere che, nel caso sia vero, potrei farci poco o nulla.

Queste righe le scrissi circa un mese fa e adesso, ci ritorno sopra con qualcosa di diverso: in primis gli avvenimenti. Certo, le domande e i dubbi sono sempre quelli − magari più delimitati − e restano sempre li.

Il nocciolo non cambia: qual’è la chiave del passaggio dal bene all’amore?

A.A.A. cercasi risposte o interpretazioni.

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Ho bruciato i biscotti

Ho bruciato i biscotti.

Cosa che non mi capitava da tempo nonostante, lo ammetto, fosse parecchio che non utilizzavo la pasta frolla. Dannata! Ecco uno dei motivi per cui non mi piace affatto cucinarla: non siamo compatibili.

Alla fine, per qualche minuto di distrazione ho mandato a puttane un’oretta di lavoro, una delle ore più divertenti della mia vita — ed era parecchio che non mi capitava di divertirmi così. Dopotutto, a chi non è mai capitato di cucinare biscotti chattando su Facebook con il proprio amico internazionale, rigorosamente in inglese, cantando le canzoni che egli passava e ballando a ritmo di musica? Era andato tutto anche troppo bene: ero troppo contenta, felice, su di morale… e ci credo! La batosta c’era dopo e con essa la puzza di bruciato che ancora mi riempie le narici.

Ho bruciato i biscotti. Esempio di come una preparazione perfetta non dia sempre i risultati premeditati. Perla di saggezza: alcune cose, anche se fatte nel migliore dei modi e coi migliori intenti, possono fare schifo.

Ergo, la vita può andare a puttane anche e solo per un unico errore.

Da oggi si cambia vita

Ho smesso di contare il numero delle volte che questa frase mi è uscita di bocca o l’ho semplicemente pensata. Sono così tante che solo ricordarlo è angoscioso.

Stavolta, complici i buoni propositi di inizio anno — e a proposito, buon 2016! — sento che non posso più attendere. Ho bisogno di un cambiamento, che non si limiti al taglio e colore dei capelli.

Nelle mie intenzioni c’era un trasferimento, un percorso di studio all’estero e magari, un girone di volti nuovi con cui confrontarmi. Eppure più il tempo passa e più quest’idea mi sembra una fuga, un metodo per scappare da una quotidianità che non riesco a trasformare come vorrei. Pensieri assurdi, eh?

Senza contare il portafogli, perennemente a disagio coi contanti, che a causa delle enormi spese di quest’anno, piange miseria. Insomma, non tira aria…

Da oggi si cambia vita.

O almeno ci si prova. 🙂 Nelle piccole cose che si possono modificare a partire da subito.

Magari, iniziando con un sorriso, lo stesso che mi piacerebbe rivolgere a tutti voi lettori, come ringraziamento per tutto.

Voglia di parlare

Avrei tanta voglia di parlare, di raccontare e di scrivere, ma come a volte capita in queste occasioni, le parole mancano e non fluiscono bene, probabilmente a causa della confusione che attanaglia i miei pensieri.

Si prospetta una settimana impegnativa ed importante, forse il traguardo di tanti sforzi e ovviamente, non mi sento pronta. Anche se… quando sono stata pronta? “Quasi mai” è la risposta più sincera che posso dare e quindi cercherò di non farne un dramma.

La voglia di scrivere torna prepotente, il problema è che non ho nulla da raccontare — ancora, ho la testa troppo presa da altro per poter ragionare lucidamente.

Voler parlare e non sapere cosa dire, restare con la bocca aperta senza emettere un singolo fonema.

Voler raccontare e non avere nulla da narrare, restare con lo schermo davanti senza battere un carattere sulla tastiera.

Provare a pensare e rendersi conto che anche quello risulta difficile, perché non si riesce a discernere un pensiero dall’altro.

Detto così sembra spaventoso, ma è una sensazione stupenda col senno del dopo. Qualcosa che cercherò di godermi appieno, perché potrebbe non capitarmi più un’occasione del genere.

Buon inizio settimana 🙂

192

Oneshot per il circolo di scrittura al quale partecipo, giusto un pochetto più lunga degli 8000 caratteri dati a disposizione. Tema di questa volta era il “cerchio”. Ammetto di non esserne totalmente soddisfatta — non so nemmeno io il perché – ma voglio sperare di ritornarci su un giorno.

Questa breve narrazione vorrebbe farvi riflettere su quante cose cicliche ci circondino, anche quando non sembrano tali. In primis il tempo: la linearità della vita può benissimo incrociarsi con la ciclicità di quello che succede nel suo corso. Subito dopo il percorso di ognuno di noi che, talvolta, quasi come se fosse uno scherzo del destino, ci riporta punto e a capo — magari, lo stesso capo di prima. Aggiungerei anche la sfera dei sentimenti: sospiri, sorrisi, palpitazioni e così via con felicità, tristezza, malinconia… loro vanno e vengono e noi restiamo li, ad impazzire per ciò che non smette mai di sconvolgerci. In ultima istanza le seconde opportunità (a volte anche terze, quarte, quinte…): ritornano, almeno finché siamo noi a volerlo. Spero troviate anche qualcosa in più di quello che volevo trasmettere io… ma per adesso mi limito ad augurarvi buona lettura.

Genere: introspettivo. Rating: per tutte le età.


192

Ogni mattina, più o meno alla stessa ora ed a distanza di qualche minuto, il 192 faceva un percorso ad ostacoli che poco si definirebbe cerchio, dato tutti i vicoletti che percorreva. La cosa strana, a dire il vero piuttosto abituale per i mezzi pubblici, è che ad un certo punto ritornava sui suoi passi, ripetendo all’infinito il giro.

In generale, è assurdo pensare quanto alcune parti della vita abbiano una ciclicità, una trama infinita che si ripete con estrema precisione. Quand’ero più piccola non ci avevo mai fatto caso, ma con l’età ho imparato a distinguere i momenti speciali, quelli che avrei ricordato per sempre, da quelli che, pigramente, ritornavano di tanto in tanto esattamente come si erano presentati la prima volta. Come la corsa del 192.

La mia piccola storia si svolge esattamente qui, nell’indifferenza dei pendolari e nel cattivo odore di sediolini di plastica usurati dal tempo, il cui colore arancione è solo un ricordo sbiadito di almeno venti anni fa.

Il cielo sovrastava imponentemente lo skyline della città ed era chiazzato di nuvolette bianche: non riuscivo a capire se avesse smesso davvero di piovere o se presto sarebbe ricominciato.

A dire il vero, più che di piccola storia si dovrebbe parlare della mia intera vita, perché è sotto questo cielo e tra queste persone che ho sempre vissuto, dal primo momento in cui ho respirato. Dovrebbero essere passati almeno venticinque anni da quel giorno anche se, a volte, ho l’impressione di confondermi e sbagliare questo formidabile calcolo che mi hanno insegnato a fare sin dai primi balbettii indistinti.

Mi persi ad osservare le nuvole e la mente sorvolò gli ultimi anni attraverso flash di ciò che mi era accaduto, facendomi tornare davanti agli occhi momenti belli e brutti, tutti vissuti con un’intensità tale che ne ebbi quasi paura.

Sorrisi.

Quanto avevo vissuto in quegli anni!

Una vecchietta urlò ed io sobbalzai, stordita più dai miei pensieri che dal siparietto mattutino a cui mi stavo lentamente abituando. Bastava che in strada ci fosse qualche volante in più dei carabinieri per inserire la pulce nell’orecchio di qualche balordo e fargli farneticare mille inutili supposizioni su un probabile attentato. Tre giorni fa qualcuno in strada doveva fare una strage, oggi, per la vecchina, sarebbe saltato il palazzo che stavamo sorpassando. Chissà, domani sarebbe esploso proprio il nostro pullman.

Il 192 proseguì la sua lenta agonia sulle strade asfaltate della periferia, sobbalzando almeno tre volte per ogni fosso preso. Dondolavo insieme a lui da almeno sette minuti, quando avevo ceduto il mio posto ad un anziano che trasportava con sé un carrellino per la spesa dall’aria malandata.

Le auricolari che avevo infilato nelle orecchie erano spente: mi consentivano di origliare cosa succedesse intorno e allo stesso tempo fingere di essere persa in un mondo tutto mio. A volte avrei preferito non ascoltare, soprattutto quando qualche cafone ingiuriava contro tutti i santi o quando il ragazzino scemo di turno ci provava spudoratamente con qualsiasi essere femminile presente nell’abitacolo. Ma, ahimè, era meglio essere allerta su tutto piuttosto che sobbalzare dopo per una mano morta.

Il 192 inchiodò bruscamente ad una fermata isolata, arrestando la sua corsa solo qualche metro dopo le strisce gialle riservate ai mezzi pubblici. In quel momento mi assalì il dubbio che probabilmente i freni non fossero messi meglio della carrozzeria.

Imprecando un giovane uomo salì di corsa e lanciò un’occhiataccia al conducente. Quest’ultimo lo snobbò e con pigrizia fece cigolare il pullman, costringendo il mezzo a riprendere il suo giro. Mi obbligai a tenermi più forte al primo appiglio che capitasse a tiro e scoccai un’occhiata incuriosita al nuovo passeggero: alto, mingherlino, camicia pulita e ventiquattro ore munito. Peccato che quel profilo ormai lo conoscessi a memoria: solo a lui sarebbe potuto appartenere.

Ero un’abitudinaria del 192 da quasi quattro mesi, sempre alla stessa ora, mentre lui prendeva quella corsa da circa due settimane, suppergiù. Non sapevo realmente chi fosse, non sapevo dove andasse né perché. Certo avevo delle supposizioni, ma la mia curiosità si accendeva ogni volta che lo rivedevo e sarei potuta benissimo sembrare una stalker per il modo penetrante con cui lo scrutavo.

Poche volte invece il suo sguardo passava in rassegna il pullman e quella mezza volta che si era posato su di me, ero rimasta immobile trattenendo il respiro, concentrata su un punto fisso, in modo che, con la mia musica e lo sguardo fermo nel vuoto, lui credesse fossi del tutto immersa nel mio mondo. Aveva funzionato: eccome se l’aveva fatto! Solo che io, a differenza sua, continuavo ad osservarlo da lontano, inventandomi possibili scenari su chi fosse e sul motivo che spingesse un uomo così distinto su un rottame di periferia.

Sospirai e prestai uno sguardo alle nuvole che sembravano diradarsi.

Ormai era assodato: non solo ero una stalker ma anche una che si faceva i viaggi mentali. Forse, immaginai, per diventare una stalker perbene i viaggi mentali sono un rito di passaggio obbligatorio…

Scossi la testa allontanando i pensieri e pigiai la chiamata per la prossima fermata. Sempre se l’autista si fosse ricordato, ovviamente.

«Permesso» con la solita indifferenza mi feci strada tra le persone e con quella stessa parola chiesi anche a lui di spostarsi. Come le altre poche volte che era capitato, subito mi fece spazio portandosi al mio fianco.

Dio, il suo odore… non l’avrei dimenticato tanto facilmente. Era buono, dannatamente buono e in quel momento ebbi la consapevolezza di star impazzendo.

Il pullman inchiodò un’altra volta, bruscamente.

Contrariamente a quanto successo nei miei viaggi mentali, non avvenne nessuna scena da film: non inciampai andando addosso all’oggetto dei miei desideri, lui non mi schiacciò per sbaglio e nessuno mi importunò, cosicché non dovetti essere salvata dal cavaliere errante che sognavo fosse.

Sospirai stanca e senza nulla che mi trattenesse, non appena le porte si spalancarono con un tonfo, balzai giù dal 192 con un saltello poco aggraziato. Non guardai indietro, non dissi una parola: ero innamorata persa di quel ragazzo senza nemmeno conoscerlo e come una cretina, ogni volta che lo osservavo riuscivo solo a sospirare.

La cosa buffa della mia storia è che crescendo avevo imparato quanto improvvisamente il mondo cambiasse, la Terra si muovesse più velocemente sotto i piedi e il tempo passasse così rapidamente da far sembrare infinita la durata di un battito di ciglia. Io ormai lo sapevo bene: quel flusso mi aveva inglobata e non solo ero trasportata, ma avevo imparato anche a sfruttarne le correnti per muovermi più velocemente. Infatti la mia monotona vita procedeva senza intoppi da tanto.

Purtroppo, non mi bastava più: volevo qualcosa di nuovo, qualcosa di diverso. Volevo sbagliare, volevo sentire qualcosa di più vero e adrenalinico della corrente che mi trasportava via. Volevo imparare, volevo altro invece di una vita che passava senza che mi accorgessi più di nulla.

Con lui avevo capito una cosa: il tempo non ritorna indietro.

Grazie a lui il mio tragitto assumeva una sfumatura nuova e la mia curiosità si risvegliava come non accadeva da troppo. Magari prima o poi avrei trovato il coraggio di guardarlo in faccia, o almeno di chiedergli l’ora.

Anche se la consapevolezza che prima o poi non l’avrei rivisto più mi logorava, sapevo che lui era la mia chance di riaprirmi al mondo.

Dovevo assolutamente trovare il modo di parlargli, almeno di augurargli buongiorno. Per quanto mi avrebbe fatto piacere conoscerlo, inondarlo con tutte le domande che mi ero posta in quelle due lunghe settimane, mi sarei fatta bastare anche un semplice saluto non ricambiato. Dopotutto non avevo grosse pretese: non si possono avere quando non conosci nemmeno il nome della persona che ti piace. Ma un semplice saluto lo dovevo almeno a me stessa.

Dietro di me il pullman riprese il suo giro, cigolando più di prima. Lui sparì dalla mia vista e sul mio viso si dipinse una smorfia contrariata.

Dovevo riuscirci. Almeno un saluto.

Forse, sarebbe accaduto il giorno dopo. Il cuore si strinse in una morsa mentre mi facevo coraggio.

Potevo riuscirci: in fin dei conti il 192 girava in cerchio e ripercorreva sempre i suoi passi. Magari, ancora una volta mi avrebbe dato l’occasione di rivivere quella stessa giornata come accadeva da due settimane, di avere una seconda chance ancora una volta.

Io almeno ci speravo davvero.

Non ci sono parole

Le persone solitamente non sanno guardare a fondo negli altri e non si sprecano nemmeno a farlo. Feriscono senza saperlo, girano il coltello in una piaga già profonda di suo e lacerano con leggerezza le nostre emozioni, sbrindellando i sentimenti come se fosse la cosa più naturale del mondo. Un’escalation da far invidia a chiunque: ci giudicano, ci trattano male, ci fanno soffrire e se ne sbattono alla grande delle conseguenze.

A volte non ci sono parole per spiegare quanto la sofferenza ci attanagli, stringendo anima e cuore in una morsa d’acciaio.

Non ci sono parole per raccontare come sia difficile non perdersi e continuare a lottare, soprattutto quando si tocca il fondo.

Non ci sono parole per esprimere il significato di quella piuma che ha fatto squilibrare la bilancia, lasciando in bilico un’esistenza già di per sé precaria.

Non ci sono parole per descrivere l’amara sensazione di una lacrima che riga la guancia e poi di molteplici altre che scorrono giù senza freni.

Ma a volte, semplicemente non ci sono parole per dire quanto speciale sia ognuno di noi.

Lettera di una Giovane

Non sono perfetta e non voglio esserlo.

Sono grata per tutto ciò che mi è stato dato e cosa più importante sono felice, nonostante non lo dimostri.

Ho dei progetti, sia a breve che lungo termine e sono alla ricerca del coraggio e della forza di portare tutto avanti: per questo cerco di affrontare i problemi giorno per giorno. Abbiate fiducia in me.

Datemi il motivo per continuare, giusto un incoraggiamento o un sorriso.

Al resto penso io.

il Bisogno di Scrivere

Qualche volta si ha bisogno di scrivere: non per raccontare qualcosa, non per gli altri, ma semplicemente per sé stessi, perché abbiamo bisogno di riversare le nostre emozioni.

Stasera non ho consigli da proporre, frasi strane su cui farvi arrovellare o perle di saggezza da dispensare. Scrivo, scrivo e basta: perché ne ho bisogno e perché mi fa sentire viva.

Non ho nulla da dire, un argomento da trattare o una storia da raccontare: per la prima volta, applico alle parole scritte quell’assenza di filtro che spesso contraddistingue i miei sproloqui orali. E sono libera, sono serena: scrivo per il gusto di farlo, perché amo farlo.

Non ha senso, forse non è un post degno di questo nome, ma sappiate che quel poco che state leggendo è stato amato in ogni sua parola.

Il 14 Novembre di Parigi

Non ho mai scritto nulla su vicende di questo tipo: mai. Per una strana questione di rispetto, mi sono sempre astenuta e diciamolo, certe volte alcune parole sono semplicemente inutili. Nessun tweet, nessun post, nessun pin… niente di niente e così continuerò a fare (forse neanche questo articolo vedrà la pubblicazione). Non ho intenzione neanche di commentare ciò che è successo, chiunque riesce a trarre le proprie conclusioni senza il mio aiuto.

Mentre scrivo queste righe, mi pongo con amarezza domande usate e riusate, vecchie come il mondo: “Come si può uccidere in nome di un Dio? Come si può considerare queste persone esseri umani se né altri uomini né animali arrivano a tanto?” e così via.

Lo so, di risposte e casi simili la storia è piena. In tutto questo, mi sforzo, cerco di tener conto delle differenze culturali, del background in cui altri hanno vissuto, ma non riesco proprio a capire.

Io non riesco proprio a capire. Punto.

Il momento giusto

Ormai è parecchio che la mia settima trascorre rapida, non ho mai vissuto a questa velocità dove i giorni scorrono e io non mi accorgo del fatto che la settimana sia giunta alla sua fine. Non ho tempo per pensare né tanto meno per riflettere: vivo in un flusso dove non riesco ad arrestarmi. Spesso mi dispiaccio di non avere più un attimino per me e per i miei pensieri; altre volte mi dico che è meglio così, perché quel che penso non è sempre positivo.

L’insicurezza prevale quando mi fermo e penso troppo. Tutti trovano il loro posto nel mondo e io sono ancora alla ricerca del mio. Frustrazione quando scorgo un profilo e una marea di cose, tra cui occupazioni e pubblicazioni, già fatte, anche di persone più giovani di me. Forse sono io che non so mettermi in gioco o forse sono sempre io a rimandare e a non darmi abbastanza fiducia. Forse semplicemente non è il mio momento – a quando questo momento allora?

Una mia amica si è meravigliata di tutto quello che stavo facendo in questo periodo. Ma quale tutto? Alla fine non faccio nulla di particolare e non mi sento chissà che donna in carriera. Anzi, probabilmente lei con i suoi traguardi è davanti a me anni luce ed io, confusa e felice – perché sì, nonostante tutto mi ritengo felice –, ironicamente mi muovo a passo di bradipo verso quegli obiettivi sfuocati che mi sono imposta.

Probabilmente non vedo perché non riesco a fermarmi. O a focalizzare le cose giuste.

Il momento giusto, quello in cui guardo indietro con soddisfazione, ricordando la fatica e il sudore, gli alti e i bassi, arriverà sicuramente quando un altro paragrafo della mia vita si sarà concluso e col senno del dopo, potrò tirare le somme.